Category Archives: SOCIOLOGIA

ISRAELE NON VUOLE LA PACE

di Gideon Levy – Haaretz

Gerusalemme, 9 luglio 2014, Nena News – Israele non vuole la pace. Non c’è niente di quello che ho scritto finora di cui sarei più contento di essere smentito. Ma le prove si sono accumulate a dismisura. In effetti, si può dire che Israele non ha mai voluto la pace – una pace giusta, cioè basata su un compromesso equo per entrambe le parti.

È vero che l’abituale saluto in ebraico è “Shalom” (“Pace”) – quando uno se ne va e quando arriva. E, di primo acchitto, praticamente ogni israeliano direbbe di volere la pace, è ovvio. Ma non farebbe riferimento al tipo di pace che porterebbe anche alla giustizia, senza la quale non c’è pace, e non ci potrà essere. Gli israeliani vogliono la pace, non la giustizia, certamente non basata su principi universali. Quindi, “Pace, pace, quando pace non c‘è.” Non soltanto non c’è pace: negli anni recenti, Israele si è allontanato persino dall’aspirare a fare la pace. Ha perso totalmente lil desiderio di farla. La pace è scomparsa dalla prospettiva di Israele, e il suo posto è stato preso da un’ansietà collettiva che si è sistematicamente impiantata, e da questioni personali, private che ora hanno la prevalenza su tutto il resto.

Verosimilmente il desiderio di pace di Israele è morto circa dieci anni fa, dopo il fallimento del summit di Camp David nel 2000, la diffusione della menzogna secondo cui non ci sono partner palestinesi per fare la pace, e, ovviamente, l’orribile periodo intriso di sangue della Seconda Intifada. Ma la verità è che, persino prima di tutto questo, Israele non ha mai veramente voluto la pace. Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Anche il campo pacifista israeliano- se pure è mai esistito qualcosa del genere – è morto anche lui di una lunga agonia tra le sconvolgenti scene della Seconda Intifada e la menzogna della mancanza di una controparte [palestinese]. Tutto ciò che è rimasto è stato un pugno di organizzazioni tanto determinate e impegnate quanto inefficaci nel contrastare le campagne di delegittimazione costruite contro di loro. Perciò Israele è rimasto con il suo atteggiamento di rifiuto.

Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni [di Israele] di questa particolare iniziativa. In poche parole: chi costruisce gli insediamenti vuole consolidare l’occupazione, e chi vuole consolidare l’occupazione non vuole la pace. Questa in sintesi è la questione. Ammettendo che le decisioni di Israele siano razionali, è impossibile accettare che la costruzione delle colonie e l’aspirazione alla pace siano vicendevolmente. Ogni attività per la costruzione degli insediamenti dei coloni, ogni roulotte e ogni balcone trasmette rifiuto. Se Israele avesse voluto raggiungere la pace attraverso gli Accordi di Oslo, avrebbe almeno bloccato la costruzione di colonie di sua spontanea iniziativa. Il fatto che non sia avvenuto prova che gli accordi di Oslo sono stati un inganno, o nella migliore delle ipotesi la cronaca di un fallimento annunciato. Se Israele avesse voluto ottenere la pace a Taba, a Camp David, a Sharm el-Sheikh, a Washington o a Gerusalemme, la sua prima mossa avrebbe dovuto essere la fine di qualunque tipo di edificazione nei Territori [occupati]. Senza porre condizioni. Senza contropartita. Che Israele non lo abbia fatto è la prova che non vuole una pace giusta.

Ma le colonie sono state solo la pietra di paragone delle intenzioni di Israele. Il suo atteggiamento di rifiuto è molto più profondamente radicato nel suo DNA, nelle sue vene, nella sua ragione d’essere, nelle sue originarie convinzioni. Lì, a livello più profondo, risiede il concetto che questa terra è destinata solo agli Ebrei. Lì, a livello più profondo, è fondata la valenza di “am sgula” – “il prezioso popolo” di Dio – e “siamo gli eletti da Dio”. In pratica, ciò viene inteso con il significato che, in questo territorio, gli ebrei possono fare quello che agli altri è vietato. Questo è il punto di partenza, e non c’è modo di passare da questo concetto ad una pace giusta. Non c’è modo di arrivare ad una pace giusta quando il gioco consiste nella de-umanizzazione dei palestinesi. Non c’è modo di arrivare ad una giusta pace quando la demonizzazione dei palestinesi è inculcata quotidianamente nelle menti della gente.

Quelli che sono convinti che ogni palestinese è una persona sospetta e che ogni palestinese vuole “gettare a mare gli ebrei”, non faranno mai la pace con i palestinesi. La maggioranza degli Israeliani è convinta della verità di queste affermazioni. Nell’ultimo decennio, i due popoli sono stati separati gli uni dagli altri. Il giovane israeliano medio non incontrerà mai un suo coetaneo palestinese, se non durante il servizio militare (e solo se farà il servizio militare nei Territori [occupati]). Neanche il giovane palestinese medio incontra mai un suo coetaneo israeliano, se non il soldato che brontola e sbuffa ai checkpoint, o irrompe a casa sua nel bel mezzo della notte, o il colono che usurpa la sua terra o che incendia i suoi alberi.

Di conseguenza, l’unico incontro tra i due popoli avviene tra gli occupanti, che sono armati e violenti, e gli occupati, che sono disperati e anche loro tendenzialmente violenti. Sono passati i tempi in cui i palestinesi lavoravano in Israele e gli israeliani facevano la spesa in Palestina. E’ passato il tempo delle relazioni quasi normali e quasi paritarie che sono esistite per pochi decenni tra i due popoli che condividono lo stesso territorio. E’ molto facile, in questa situazione, incitare e infiammare i due popoli uno contro l’altro, spargere paure e instillare nuovo odio oltre a quello che già c’è. Anche questa è una sicura ricetta contro la pace.

Così è sorto un nuovo desiderio di Israele, quello della separazione: “Loro se ne staranno là e noi qua (e anche là).” Proprio quando la maggioranza dei palestinesi – una constatazione che mi permetto di fare dopo decenni di corrispondenze dai Territori occupati – ancora desidera la coesistenza, anche se sempre meno, la maggioranza degli israeliani vuole il disimpegno e la separazione, ma senza pagarne il prezzo. La visione dei due Stati ha guadagnato una diffusa adesione, ma senza la minor intenzione di metterla in pratica. La maggioranza degli israeliani è favorevole, ma non ora e forse neppure qui. Sono stati abituati a credere che non ci sono partner per la pace – ossia una controparte palestinese – ma che ce n’è una israeliana.

Sfortunatamente, la verità è l’esatto contrario. I non partner palestinesi non hanno più la minima possibilità di dimostrare di essere delle controparti; i non partner israeliani sono convinti di esserlo. Così è iniziato un processo nel quale condizioni, ostacoli e difficoltà [posti] da Israele, sono andati aumentando, un’altra pietra miliare dell’atteggiamento di rifiuto israeliano. Prima viene la richiesta di cessare gli attacchi terroristici; poi quella di un cambiamento dei dirigenti (Yasser Arafat come un ostacolo [alla pace]); e poi lo scoglio diventa Hamas. Ora è il rifiuto da parte dei palestinesi di riconoscere Israele come Stato ebraico. Israele considera ogni suo passo – a partire dagli arresti di massa degli oppositori politici nei Territori [occupati] – come legittimi, mentre ogni mossa palestinese è “unilaterale”.

L’unico paese al mondo che non ha confini [definiti] non è assolutamente intenzionato a definire quale compromesso sui [propri] confini che è pronto ad accettare. Israele non ha interiorizzato il fatto che per i palestinesi i confini del 1967 sono la base di ogni compromesso, la linea rossa della giustizia (o di una giustizia relativa). Per gli israeliani, sono “confini suicidi”. Questa è la ragione per cui la salvaguardia dello status quo è diventato il vero obbiettivo di Israele, il principale scopo della sua politica, praticamente fondamentale e unico. Il problema è che l’attuale situazione non può durare per sempre. Storicamente, poche nazioni hanno accettato di vivere per sempre sotto occupazione senza resistere. E pure la comunità internazionale sarà un giorno disposta ad esprimere una ferma condanna di questo stato di cose, accompagnata da misure punitive. Ne consegue che l’obiettivo di Israele è irrealistico.

Slegata dalla realtà, la maggioranza degli israeliani continua nel proprio modo di vita quotidiano. Nella loro visione della situazione, il mondo è sempre contro di loro, e le zone occupate nel giardino di casa sono lontane dal loro campo di interesse. Chiunque osi criticare la politica di occupazione è etichettato come antisemita, ogni atto di resistenza è interpretato come una sfida esiziale. Ogni opposizione internazionale all’occupazione è letto come una “delegittimazione” di Israele e come una minaccia all’esistenza stessa del paese. I sette miliardi di abitanti del pianeta – la maggior parte dei quali sono contrari all’occupazione – sbagliano, e i sei milioni di ebrei israeliani – la maggior parte favorevole all’occupazione – sono nel giusto. Questa è la realtà dal punto di vista dell’israeliano medio.

Si aggiunga a questo la repressione, l’occultamento e l’offuscamento [della realtà], ed ecco un’altra spiegazione dell’atteggiamento di rifiuto: perché ci si dovrebbe impegnare per la pace finché la vita in Israele è buona, la tranquillità prevale e la realtà è nascosta? L’unico modo che la Striscia di Gaza assediata ha per ricordare alla gente della sua esistenza è di sparare razzi, e la Cisgiordania torna a fare notizia nei giorni in cui vi scorre il sangue. Allo stesso modo, il punto di vista della comunità internazionale è presa in considerazione solo quando cerca di imporre il boicottaggio e le sanzioni, che a loro volta generano immediatamente una campagna di autocommiserazione costellata di ottuse – e a volte anche fuori luogo – accuse che fanno riferimento alla storia.

Questa è dunque la cupa immagine [della situazione]. Non ci si trova neanche un raggio di speranza. Il cambiamento non avverrà dall’interno, dalla società israeliana, finché questa società continuerà a comportarsi in questo modo. I palestinesi hanno fatto più di un errore, ma i loro errori sono marginali. Fondamentalmente la giustizia è dalla loro parte, e un fondamentale atteggiamento di rifiuto è appannaggio degli israeliani. Gli israeliani vogliono l’occupazione, non la pace. Spero solo di sbagliarmi.

Traduzione di Amedeo Rossi

IL BULLISMO DEI GENITORI: COME LA PREPOTENZA SI TRASMETTE AI FIGLI

Anna Maria Cebrelli (preso da www.greenme.it)

Bullismo: il primo a parlare di questo fenomeno è stato Dan Olweus, docente di psicologia all’università di Bergen in Norvegia (ne definì anche le tre caratteristiche fondanti: presenza di un’azione di prevaricazione, violenza, offesa, derisione; intenzionalità del comportamento; esposizione ripetuta nel tempo).Contro il bullismo dei giovanissimi, degli adolescenti molto si è iniziato a fare, anche nelle scuole, con interventi di informazione, sostegno allo sviluppo emozionale, sviluppo della collaborazione tra pari e via discorrendo.

C’è un tema però non molto affrontato, neppure dai media: ed è il ruolo dei genitori. Già perchè, naturalmente, bulli non si nasce ma, semmai, si diventa. In genere, facendo “tesoro” di quel che si vive a casa: il clima e lo stile educativo fanno la differenza. Per dirla brutalmente: genitori-bulli o genitori-chiocce facilitano, rispettivamente, la crescita di figli bulli e figli vittime dei bulli.

Genitori bulli? L’attributo potrebbe sorprendere. Ma le condizioni ci sono potenzialmente tutte: un divario di forze e potere (adulto/bambino); azioni che vengono considerate “educative” ma che si traducono in prevaricazione, espressione della propria posizione di forza, sottomissione autoritaria ai propri voleri.

Il bullismo dei genitori può essere diretto o indiretto. Nel primo caso si possono ritrovare tutti i comportamenti che hanno un’azione diretta sul fisico dei figli: picchiare, isolare, negare il cibo, costringere con la forza, far ricorso a punizioni corporali.

E poi c’è il bullismo emozionale, indiretto, volto a creare sottomissione nei figli, paura di una punizione che potrebbe arrivare, derisione per una difficoltà ma anche la critica continua, la trascuratezza perchè si è presi da mille altre cose, il mancato apprezzamento, uno stile manipolatorio e tutti i comportamenti passivo-aggressivi o impulsivi. Certo, se capita una volta non è un problema; lo diventa se si ripete.

Sul lato esattamente opposto, abbiamo gli iperprotettivi: i genitori chiocce. Il risultato del loro atteggiamento educativo è accertato: rendono i figli meno esperti nelle relazioni con gli altri, con meno autostima e più facilmente vittime del bullismo altrui.

I genitori fanno del loro meglio, amano i figli: a parte casi particolari, su questo non c’è dubbio. Il bullismo genitoriale quasi sempre infatti è solo la replica di un copione “educativo” e relazionale (errato) appreso nella propria famiglia, nell’infanzia: ecco perché è qualcosa che ai genitori pare la normalità. A volte, secondo l’americana Brisbane Ronit Baras, esperta di dinamiche familiari, è funzionale: “se una mamma o un papà in quel momento della sua vita ricopre il ruolo di “vittima”, perché magari sul lavoro è vessato, stressato, sotto pressione, nell’agire comportamenti di forza o nello sminuire i propri figli inconsciamente si riporta su una posizione di potere”.

Per queste diverse ragioni, rendersi conto del proprio “debole” stile educativo per i genitori spesso non è facile. Porsi il problema, prestare attenzione è il primo necessario passo: informarsi, guardarsi nel proprio agire provando ad uscire dalle proprie abitudini. Il successivo può essere confrontarsi con un esperto. L’obiettivo è imparare a stabilire regole e confini ma in modo cooperativo, senza punizioni o minacce, senza prevaricazioni; creando un ambiente comunicativo e relazionale davvero “caldo”, accogliente, supportivo.

Uno studio, durato cinque anni, ha dimostrato chiaramente che sostenere i figli verso l’autonomia, già a partire dai 4-5 anni, cambia completamente la prospettiva e il rischio sia di iniziare ad agire “comportamenti bulli”, che di entrare nel “mirino” dei compagni bulli, di diventare una vittima.

L’educazione familiare è importante anche per determinare come si reagisce davanti a scene di bullismo: una ricerca ha sottolineato come i bambini siano più propensi a intervenire, per bloccare l’azione o difendere chi subisce, se i genitori hanno trasmesso i valori della condivisione e della partecipazione; al contrario fanno finta di niente, guardano altrove se è stato insegnato loro che è meglio tenersene fuori, farsi gli affari propri.

Anna Maria Cebrelli

 

11 COSE CHE NON SAI SULLE ARMI DA FUOCO NEGLI STATI UNITI

La strage al Route 91 Harvest Festival di Las Vegas – con 59 persone uccise e 527 rimaste ferite in quella che è stata definita la peggiore sparatoria di massa nella storia americana recente – ha riacceso il dibattito sull’accesso alle armi da fuoco negli USA. Il Presidente Donald Trump ha taciuto sulla questione, mentre i titoli dei grandi produttori di armi sono schizzati in Borsa, in previsione di un boom di vendite (come era già accaduto in seguito ai massacri di Orlando e San Bernardino).

NON C’E’ SVILUPPO SENZA ETICA

La crisi che ha colpito l’economia mondiale è, per la prima volta, globale; quella del passato che le assomiglia di più – la grande depressione degli anni trenta, anch’essa originata negli Stati Uniti – interessò aree meno vaste del mondo e si propagò più lentamente anche se colpì le strutture produttive più in profondità. La globalità, l’interdipendenza, la questione sociale “che si fa globale” sono al centro della Caritas in veritate, così come lo erano state oltre quaranta anni fa nella Populorum progressio di Paolo VI, che costituisce il punto di riferimento di questa enciclica di Benedetto XVI:  la Chiesa promuove lo sviluppo integrale dell’uomo; se non è di tutto l’uomo, di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo.

LA TEORIA DELLA “LIMITED NUCLEAR WAR” NELLA GEOPOLITICA ODIERNA

La parola “Guerra Nucleare” fa subito pensare al giorno del giudizio, alla fine della civiltà per come la conosciamo e all’ultima possibile follia dei guerrafondai sparsi in molti dei paesi del mondo. Tuttavia oggi esiste un tipo di scenario riguardante il possibile impiego delle armi nucleari che concepisce il loro impiego in maniera “limitata”, in maniera tale da non innescare una guerra nucleare globale: è la teoria della “Limited Nuclear War”.

ISS: EUROPRIDE AMSTERDAM ED EPIDEMIA EPATITE A

Istituto Superiore della Sanità: Europride di Amsterdam all’origine dell’epidemia di epatite A

(da Osservaorio gender)

Istituto Superiore della Sanità: Europride di Amsterdam all’origine dell’epidemia di epatite A La scorsa settimana abbiamo riportato la notizia riguardante l’epidemia di epatite A attualmente in corso in Europa all’interno della comunità LGBT+. Oggi torniamo sull’argomento in quanto l’Ansa nella sua sezione “Salute” riporta le clamorose dichiarazioni dell’Istituto Superiore della Sanità (Iss), il principale centro di ricerca, controllo e consulenza scientifico-tecnica in materia di sanità pubblica in Italia, per il quale all’origine della pandemia europea di epatite A tra i maschi omosessuali vi sarebbe l’Europride di Amsterdam dello scorso agosto.

CRISI DEI PARTITI E CRISI DELLA DEMOCRAZIA

di Gianfranco Sabatini (da Demo Sardegna-Democrazia Oggi)

Peter Mair, in “Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti”, affronta il problema della crisi della democrazia popolare, tematica – a suo dire – “che affonda le sue radici nella problematica ben più ampia della frattura fra politica e democrazia popolare”, rilevando inoltre come, in conseguenza della perdita del ruolo tradizionale del sistema dei partiti, come il “controllo sul processo decisionale politico” sia uscito fuori dalla ”portata del normale cittadino”. Le conclusioni cui Mair arriva prefigurano un processo in itinere in cui, da un lato, i partiti non riescono più a svolgere il ruolo al quale erano stati chiamati, dopo il sorgere dello Stato di diritto, e dall’altro, la democrazia tende a sua volta ad adattarsi al cambiamento, con il risultato che “i partiti diventano sempre più deboli e la democrazia ancora più ridimensionata”.

ENRICO FERMI: IL GALILEO GALILEI DEL XX SECOLO

Nato a Roma da Alberto Fermi, ispettore capo presso il Ministero della Comunicazioni, e da Ida De Gattis, maestra elementare, ultimo di tre figli, Enrico mostra subito di possedere una grande attitudine per lo studio. Durante gli anni del liceo incontra l’ingegnere Adolfo Amidei, che lo indirizza agli studi di matematica. Per conto suo il giovane studia la fisica più attuale, discutendone spesso con Enrico Persico, un amico del fratello Giulio scomparso precocemente.

MARCHIONNE PARLA DI ETICA DEL MERCATO ALLA LUISS

Signore e Signori, buongiorno.

Nelle scorse settimane, e specialmente negli ultimi giorni in occasione di questa conferenza, si sono sentiti e letti fiumi di parole su politiche e modalità per far ripartire questo paese. Il riassunto di tutto questo è racchiuso in una poesia di Charles Osgood, un anchorman della Cbs America, che parafrasata racconta la storia di quattro persone, chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. “C’era un lavoro importante da fare e a Ognuno fu chiesto di farlo. Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno lo fece. Qualcuno si arrabbiò, perché era il lavoro di Ognuno. 

Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Qualcuno non l’avrebbe fatto. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Qualcuno avrebbe potuto fare”. Noi italiani siamo da sempre il paese dei Gattopardi. A parole vogliamo che tutto cambi, ma solo perché tutto rimanga com’è.

DOVE STA ANDANDO L’UMANITA’?

Di fronte ai fatti drammatici che stanno accadenco sotto i nostri occhi, più che mai attuale la miscellanea sui vari argomenti contenuti nel Saggio di Marco Ermes Luparia. L’Autore, in una miscellanea di argomenti, desidera coinvolgere i lettori in una riflessione su alcuni temi caldi di questo tempo e lo fa con un linguaggio fruibile. Egli focalizza principalmente le ideologie dell’occidente e spazia dall’antropologia filosofica, toccando argomenti di etica, geopolitica, ecologia e psicologia dell’educazione che, pur non essendo il proprio campo specifico di azione, hanno attirato la sua attenzione in questi ultimi anni. Il quadro globale rappresentato può assumere una valenza negativa e drammatica, ma l’obiettivo dell’Autore è di sollecitare, attraverso questo crudo spaccato, la riflessione sull’uomo occidentale di questo tempo e porre l’accento sulla necessità di una rapida inversione di rotta che blocchi il degrado sociale, politico, ecologico e morale di un’umanità che appare allo sbando.

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