NUOVA RATIO FORMATIONIS: INTERVISTA AL CARD. BENIAMINO STELLA

A breve sarà emanata una ratio con le nuove linee guida per la formazione dei preti nei seminari. L’intervista al prefetto per la Congregazione per il clero, pubblicata nel numero di dicembre di “Jesus”

Geraldine Schwarz (da FC- Famigliacristiana.it del 12/12/2016)

Il cardinale Beniamino Stella, veneto di Pieve di Solingo, 75 anni, nominato nel 2013 da papa Francesco prefetto per la Congregazione per il clero, dirige il dicastero che da poco prima del suo arrivo, per volere di papa Benedetto XVI, ha anche il compito di seguire i seminari e la formazione sacerdotale oltre che valutare i casi e le richieste di dispensa da parte dei presbiteri che vogliono lasciare il sacerdozio. Lo incontriamo nella splendida sede al secondo piano di piazza Pio XII che si affaccia su piazza San Pietro, dove il colonnato berniniano è così vicino che sembra di toccarlo.

Eminenza, lei è stato ordinato prete negli anni Sessanta, suo vescovo fu Albino Luciani. Com’è cambiato da allora il ministero sacerdotale?
«La visione del ministero è cambiata nel senso che il ruolo del prete non è più associato a un posto di privilegio nella società. Oggi abbiamo un prete disceso in mezzo all’umanità, meno sacrale, meno ritirato in sacrestia e meno influente dal punto di vista politico. Questo è un gran bene perché riporta l’esercizio del ministero alle sorgenti del Vangelo e lo purifica da alcuni elementi storici e contestuali che ne avevano in qualche modo oscurato la bellezza. Il momento è favorevole nonostante alcuni segni di stanchezza e ciò esige da tutti, in particolare dai preti, un rinnovato coraggio apostolico che papa Francesco ha riacceso».
Quali sono i criteri che dovrebbero guidare la formazione dei futuri preti?
«Su alcuni aspetti che riguardano il discernimento e l’accompagnamento formativo dei seminaristi abbiamo bisogno di fare molta luce: vi sono infatti difficoltà che sono da situare in una immaturità umana e affettiva, in problematiche non affrontate con onestà o nella non cura della propria spiritualità durante la formazione. In questi casi viene a mancare una solida struttura umana e spirituale senza la quale è impossibile vivere il futuro ministero. Non tutti sono adatti per i sentieri e le scalate di alta montagna. Pensando alle esigenze radicali del ministero e alla conseguente struttura necessaria per poterle scalare, potremmo soffermarci sull’immagine del rocciatore che soffre di vertigini: sarà meglio che rimanga a casa e percorra sentieri adatti alle sue caratteristiche. In tal senso sbagliano i vescovi che impongono le mani a un giovane senza averlo verificato attentamente, anche negli angoli più remoti. Ordinare senza le dovute garanzie espone il prete a vivere nell’infelicità e ad aprire delle crepe nell’edificio Chiesa con il rischio di crolli e scandali. Bisogna anche scongiurare la mancanza di attenzione e vicinanza nei confronti dei giovani preti, magari esposti alla solitudine o a un eccesso di lavoro pastorale. Il primo dovere del vescovo è quello di custodire e curare i suoi preti, non c’è un ministero o un’urgenza più importante. In generale, i vescovi talvolta mancano in tale ambito per omissione, è una cosa grave e perniciosa di cui devono rendere conto alla Chiesa e alla propria coscienza».
Quali sono gli strumenti messi in campo per la formazione dei futuri presbiteri?

«La Congregazione per il clero sta per pubblicare una Ratio, voluta proprio da papa Francesco, con le nuove linee guida per la formazione dei preti che fino ad oggi erano ferme all’ultima regolamentazione degli anni Settanta. Le novità riguardano il forte accento dato alla formazione umana e spirituale più che a quella intellettuale o accademica pur imprescindibile. La Ratio indica dei requisiti previ all’ammissione in seminario, fa obbligo di un corso di propedeutica per un discernimento adeguato sulla propria vita per colmare eventuali carenze, prima di entrare in seminario, e insiste sulla vita comunitaria, prospettando la necessità di seminari interdiocesani rinnovati e adatti ai giovani d’oggi che parlano anche i linguaggi digitali, più che di strutture con poche persone. Senza tralasciare la formazione dei formatori di un lavoro in équipe e raccomandando una direzione spirituale capace di scendere in profondità. Infine, il documento pone l’accento sulla continuità tra formazione iniziale e quella permanente nella vita sacerdotale dove la direzione spirituale e il sacramento della Riconciliazione sono punti fermi e irrinunciabili. Lo scopo è forticare la dimensione umana e spirituale del seminarista che deve acquisire una maturità e una fortezza interiore comprovata sul terreno della vita di oggi e delle sue esposizioni. Vogliamo cioè dei sacerdoti che hanno vissuto la vita in famiglia con la precarietà che oggi la caratterizza, la vita comunitaria della parrocchia, e quella del mondo, così da avere i piedi per terra quando dovranno ripercorrere le stesse strade della vita e del mondo come pastori di un gregge».

Anche i preti vivono la crisi. Talvolta, sembra che il celibato rappresenti un peso eccessivo per alcuni sacerdoti. È così?

 «Tante situazioni possono sorprendere in modo aggressivo il prete e turbarne il ministero. Riguardo ai presbiteri che vivono situazioni di fragilità, direi che essi non vanno mai lasciati soli. Hanno bisogno di affetto, vicinanza e condivisione. Certamente vi sono a volte delle mancanze strutturali che sarebbero dovute essere verificate in seminario oppure una scarsa cura della vita interiore che nel tempo ha affievolito l’ardore sacerdotale. Tuttavia mi sento di escludere che la scelta del celibato sia un ostacolo, un peso o un pericolo. È certamente un’esigenza radicale, ma prima di tutto è un dono che si riceve dalla bontà del Signore che esige uno stile di vita adeguato e rappresenta un tesoro da custodire. D’altra parte, sarebbe ingenuo pensare che un tale impegno sia molto più gravoso di alcune sfide a cui sono chiamati i laici sposati; il matrimonio, ad esempio, richiede l’esercizio di una fedeltà quotidiana e una disciplina di mente e cuore non indifferente che comprende la stessa castità e una fervida volontà di uscire da sé stessi per farsi dono all’altro. Se vissuto bene, da persone mature e serene aperte a relazioni personali e pastorali significative, il celibato può diventare una grande risorsa e un segno del Regno di Dio. In generale, dobbiamo avere cura dei preti, sentirli come fratelli nella fede ed evitare di trasformare in uno spettacolo ludico le loro eventuali sofferenze o debolezze».