UOMINI E PAROLE: L’ANIMA DEL CLONE

Cattedra di Bioetica Università Cattolica di Milano

Leadership Medica “Mensile di Scienza Medica e Attualità”

L’annuncio dell’avvenuta clonazione di un essere umano allo stadio embrionale ha riaperto la discussione sull’origine dell’esistenza umana: quando iniziamo ad esistere? Può dirsi uomo a pieno titolo un “clone”? Il clone ha un’anima? Domande a prima vista ragionevoli, ma che spesso celano equivoci linguistici, “crampi mentali”, passaggi indebiti da nozioni scientifiche ad espressioni filosofiche.

Senza aver la pretesa di esaurire il dibattito sull’inizio dell’esistenza umana, può però essere utile fare qualche chiarimento terminologico. Non si può, infatti, discutere, laddove non è chiaro di che cosa si sta discutendo. Anche chi ama appellarsi ai fatti, ai dati empirici, alla concretezza delle “cose”, non può ignorare che per farlo ha bisogno di “parole”. Le parole “pesano”, come i fatti che esse vogliono (o pretendono di) descrivere. Mi limiterò a due esempi: l’uso della nozione di embrione e quello di anima umana.

L’ordine delle parole

La clonazione, intesa come riproduzione agamica di un organismo (e perciò non semplicemente come la riproduzione di una serie di cellule), ha riaperto la questione della definizione dell’embrione umano. Ma già l’uso della nozione di embrione umano o, poniamo, di embrione murino, può generare equivoci: l’embrione, infatti, non è qualcosa in sé, ma la fase di sviluppo di qualcosa o di qualcuno. A rigore, infatti, si dovrebbe parlare di uomo allo stadio embrionale, o di topo allo stadio embrionale. L’ordine delle parole non è irrilevante. L’uso dell’espressione “embrione umano” può far sorgere la domanda: quando un embrione diventa o è umano? Questa domanda è improponibile se si usa l’espressione “uomo allo stadio embrionale”. E’ linguisticamente evidente che un topo, un cane, un acero, un uomo, allo stadio embrionale sono già topo, cane, acero, uomo.

Il termine embrione, predicato di un vivente appartenente ad una specie, crea l’impressione che l’embrione sia qualcosa in sé. Ma è solo ad opera di un’astrazione, metodologicamente legittima, che possiamo isolare l’idea dell’embrione dal suo essere già da sempre qualificato, come una fase di sviluppo di una specie determinata. Per esigenze descrittive, la biologia tende a isolare le fasi di uno sviluppo continuo coniando termini che possano indicare e determinare gli aspetti che vengono studiati. Zigote, pre-embrione, embrione, feto, sono perciò concetti che indicano fasi di uno sviluppo continuo. Ma questa continuità non è una continuità generica.
Esiste, infatti, una differenza empiricamente rilevante tra lo sviluppo di una cellula, di un organo e quella di un organismo. Quando la biologia usa le nozioni di zigote, o di pre-embrione, intende descrivere lo sviluppo di un organismo, e non soltanto di una cellula o di una serie di cellule. La differenza tra una singola cellula e un organismo, monocellulare o pluricellulare, segna la differenza tra qualcosa di vivo e un vivente. Con la clonazione (a partire da quella di Dolly) la questione non è affatto mutata. Ci si è chiesti se il clone può essere definito o no embrione, visto che non deriva dalla fecondazione di un ovocita tramite uno spermatozoo. In questo pseudo-dibattito si confondono due problemi: quello di definire quando c’è uno stadio embrionale e quello di stabilire come si forma uno stadio embrionale. Nella clonazione (quella con trasferimento di nucleo), l’embrione non si forma con la penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita proprio perché è un procedimento che, applicato tecnologicamente ai mammiferi, imita i processi riproduttivi delle specie meno evolute biologicamente, che non prevedono la presenza dei gameti maschili e femminili.

Il come indica le modalità riproduttive di una specie, mentre il quando indica la fase di sviluppo di un determinato organismo. Certo, occorre riflettere sul fatto che noi possiamo stravolgere le modalità riproduttive degli animali e dell’uomo. Ma questo è un altro problema, di ordine morale. L’anima del clone Altri equivoci sorgono quando si discute dell’anima: parola che ci è familiare, ma che è gravata da una storia di significati differenti. Per la tradizione aristotelica, l’anima indica semplicemente il principio vitale che presiede, per così dire, all’organizzazione del vivente stesso. Vegetali, animali, uomini, hanno un’anima proprio perché non sono “vita”, ma organismi vivi. Questo principio vitale è quello che permette attività differenti alle singole specie. Definire l’uomo animale razionale significa allora affermare che il principio unificatore di tutte le funzioni vitali dell’uomo è anche la fonte della sua attività conoscitiva. Laddove c’è un organismo umano vivo, lì c’è l’anima razionale. L’attività razionale non coincide con l’anima razionale: si può essere uomini anche senza esercitare questa attività (quando mancano le condizioni di sviluppo, nelle fasi iniziali dell’esistenza, o quando si dorme). Non ha perciò senso chiedersi quando l’anima entra nel corpo umano, perché se c’è un corpo umano vivo c’è già l’anima umana. Non c’è nemmeno bisogno di essere materialisti per fare questa affermazione. Lo spiritualista ritiene, infatti, che il principio unificatore della vita umana sia spirituale, cioè non materiale, ma sia la fonte di unità della materia vivente. In questo contesto teorico perciò non ha senso chiedersi se il clone abbia o no un’anima: se il “clone” appartiene alla nostra specie, è, a pieno titolo “uno di noi”, indipendentemente dal modo con cui è stato generato.

Diverso è il caso di chi pensa che l’anima sia una caratteristica solo umana e ritiene, magari rifacendosi a Cartesio, che coincida con la “res cogitans”, con la mente. In questo caso, però, l’anima finisce con l’essere sinonimo di un’attività (quella mentale) e perciò non può esserci in assenza di uno sviluppo dell’uomo stesso. Intesa come attività razionale, l’anima non c’è ancora né nel clone né nello stadio embrionale, né in quello infantile (né quando dormiamo). Questa impostazione, a prima vista più spiritualista, finisce spesso con ritenere che sia il cervello (che è un organo di un organismo) a produrre il pensiero (come lo stomaco produce i succhi gastrici).

Ovviamente, se si segue questa linea, si deve negare che gli animali abbiano un’anima e si deve spiegare in termini meccanicistici la vita non umana. Ma questa nozione di anima è però inutilizzabile quando si discute dell’inizio e della fine dell’esistenza umana, che è la condizione stessa dell’attività del pensare.

Dalla chiarificazione all’argomentazione

Queste osservazioni, estremamente sintetiche, ci permettono di comprendere perché spesso i dibattiti di bioetica diventino interminabili. Da una parte c’è la complessità delle questioni, che mettono in campo linguaggi e competenze differenti, dall’altra c’è un uso non sempre controllato dei termini e del loro specifico significato. Ovviamente non si tratta semplicemente di scegliere, a piacimento, un certo uso dei termini piuttosto che un altro, occorre, infatti, tornare alle argomentazioni che hanno giustificato una certa impostazione filosofica rispetto ad un’altra.

Ma tutto ciò è possibile se, prima di tutto, evitiamo di confondere i termini e sfuggiamo alle trappole tese da pseudo-domande. La prima condizione per comprendere e discutere è quella di chiarire i termini. Il termine “clone”, attribuito all’uomo, analogamente con il termine “gemello”, non indica un nuovo, speciale, tipo di vivente, ma un uomo che è biologicamente (quasi) uguale ad un altro. Rispettare le parole può forse essere la premessa per farci rispettare di più i nostri simili.