OBESITA’. QUANTO SEGNA LA BILANCIA?

Claudia Colaninno, Psicologa e Psicoterapeuta

È cominciata l’estate e la “prova costume” sollecita o, in alcuni casi, già sin dalla primavera, impone, come se fosse la preparazione ad un esame di maturità, l’acquisizione di metodi per sottoporsi a rigide restrizioni alimentari. Le feste e le occasioni speciali di tutto un anno (panettoni, uova di cioccolato, buffet di compleanni, comunioni e matrimoni…), insieme alla scarsa attività fisica, rendono ragione, infatti, di quanto il cambio di stagione e lo specchio inesorabilmente ci rimandano: qualche chilo in più, un po’ di pancetta, cellulite accumulata nei fatidici punti visibili a tutti…

Allarme rosso! L’alternativa a rinunciare definitivamente al mare, non può che essere un dimagrimento repentino e violento. Basta qualche rivista che assicuri l’efficace ed effettiva rapidità del calo di peso o qualche pubblicità di strani composti i cui nomi contengono le magiche parole “Kilo” o “Kalo” e la frenesia del “sentirsi all’altezza” delle spiagge frequentate da bellissime e giunoniche modelle, dilaga: digiuni, diete a base di acqua, tisane, fagiolini e zucchine…

La maggior parte delle volte, tuttavia, vengono sottovalutati gli effetti che questa pesante e soprattutto improvvisa restrizione porterà sul nostro metabolismo, ignorando quanto il nostro corpo, per un semplicissimo meccanismo di sopravvivenza, si difenda, in fondo, da queste “straordinarie” modalità alimentari. Comincia così, il circolo vizioso di un controllo ansioso che, in un breve arco temporale, si concentra sull’ago della bilancia che segna i “3 Kg in meno e i 4 kg in più”. Senza parlare, poi, di tutti i luoghi comuni, spesso fuorvianti, che diventano vere e proprie teorie sullo stile alimentare scambiate da un balcone all’altro, sotto casa o sotto l’ombrellone. In questi casi, davvero “compagno al duol scema la pena” e la terribile e temibile dieta diventa una sfida, da condividere seppur per breve tempo, con amiche, coniuge, figli e genitori.

Come vedremmo invece lo scenario se, in un’ottica preventiva, pensassimo di prepararci serenamente ad affrontare l’estate evitando di sottoporci a “stress alimentari” così drastici?Dovremmo innanzitutto acquisire conoscenze sui “perché” e i “come” del nostro stare a tavola e scoprire sensazioni, pensieri, emozioni che, spesso, inconsapevolmente, motivano e guidano la nostra “buona forchetta”. La fame, infatti, è regolata da meccanismi fisiologici ben precisi che ne bloccano lo stimolo una volta che l’organismo si è nutrito a sufficienza. Quindi se si continua ripetutamente a mangiare, oltre il proprio fabbisogno, vuol dire che sono subentrati dei fattori di tipo psicologico aventi poco a che fare col bisogno reale di nutrirsi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce obesità e sovrappeso la più grave epidemia che abbia mai colpito l’umanità. Se sommiamo questi due fenomeni, in Europa il problema riguarda il 50 per cento della popolazione, mentre negli Stati Uniti si arriva al 70, tanto che l’Oms ha coniato il termine “globesity”, proprio per sottolineare che si tratta di un fenomeno mondiale.

Il recente e preoccupante aumento della prevalenza di questa condizione, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, ha reso urgente lo sviluppo di nuovi modelli di prevenzione e di cura che prevedono l’intervento integrato di più specialisti: il dietologo, il nutrizionista, il dietista, lo psicologo. Quale ruolo la psicologia assume nella comprensione, nella cura, nel trattamento e perché no, nella prevenzione dell’obesità? Quali sono i molteplici significati che l’uomo attribuisce all’attività del mangiare? Numerosi studi hanno dimostrato che l’alimentazione, fin dai primissimi anni di vita, rappresenta un momento fondamentale nella vita dell’individuo, in cui s’intrecciano elementi emotivi e cognitivi. Il primo ambiente in cui il bambino si nutre è l’utero materno, poi molto importanti sono l’allattamento e il divezzamento e come questi momenti vengono vissuti: rappresentano, infatti, per il bambino, la prima forma di comunicazione, non verbale, ovviamente, in una relazione unica, speciale, che è quella con la figura materna. È facile immaginare, dunque, cosa accade se la mamma, o la figura principale di riferimento, fraintendono le sensazioni fisiche o i pianti del bambino fino ad abusare della funzione nutritiva quale soluzione disfunzionale a complessi problemi emozionali ed interpersonali. Questa fu la prima osservazione fatta negli anni 40 dall’autrice Hilde Bruch, che nel lavoro “Obesità infantile, la cornice familiare dei bambini obesi”, tradusse le sue osservazioni cliniche in ipotesi circa gli aspetti psicologici dell’obesità, nell’infanzia e nell’adolescenza. Educati sin da piccoli ad essere appagati con il cibo ogni volta che sperimentano stress, eventi negativi o frustrazioni, da adulti, sarà piuttosto facile, reagire all’ansia, alla depressione, alla noia, alla solitudine e alla rabbia con un’alimentazione eccessiva. Si tratta di “fame emotiva”, quella che ci accompagna per tutto un anno e che potremmo e dovremmo diventare capaci di controllare e fronteggiare, acquisendo strumenti adeguati, primo fra tutti, la conoscenza di noi stessi. Si constata, infatti, che il rapporto con il cibo può cambiare quando cambia il rapporto che si ha con la propria persona, nella direzione della ricerca di un maggior benessere. È vero anche che nell’attuale panorama sociale e culturale, tuttavia, molti sono i fattori che ostacolano l’acquisizione di sane abitudini alimentari: i ritmi frenetici, lo stress, l’inattività fisica, le suggestioni pubblicitarie. Tali fattori incidono sugli atteggiamenti e sui comportamenti alimentari delle famiglie, determinando stili di vita dannosi alla salute di grandi e piccoli.

Nonostante l’idilliaca facilità con cui oggi, ovunque, in farmacia, in erboristeria, in libreria, ci viene garantito di poter dimagrire, in realtà pochi riescono a consolidare i risultati raggiunti. I metodi, infatti, non sono sempre efficaci, soprattutto nella fase del mantenimento, allorquando la maggior parte delle persone tende a riacquistare i chili persi. Cosa fare allora per evitare di cadere nella trappola della sfiducia che ci porta inevitabilmente ad aggrapparci ai “sacrifici deludenti dell’ultimo momento”? Occorre considerare responsabilmente la possibilità di affidarsi a Centri e professionisti specializzati nel proporre programmi personalizzati per acquisire uno stile alimentare che consenta di sentirsi protagonisti attivi del proprio peso e delle proprie scelte di vita, piuttosto che inconsapevoli “vittime” della forchetta, della noia e della bilancia.