CRISI DI VOCAZIONI E CONVEGNI SUL TEMA

LE VOCAZIONI SONO IN CRISI MA I CONVEGNI SUL TEMA SONO STRAPIENI

Fabrizio Mastrofini

Alla Salesiana di Roma mons. Ghizzoni ha detto in un recente convegno: servono strumenti nuovi, non si può rispondere che la preghiera risolve tutto

Mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, non ha dubbi: è diventato veramente difficile «gestire» i sacerdoti. Non per quelli che vanno via ma per la quantità  di «coloro che se ne stanno ritirati in un guscio, inamovibili, o quanti sembrano sospesi» senza interessi, vivacchiando, rifiutando proposte e attività diverse dal solito. L’analisi di mons. Ghizzoni è stata esposta a marzo alla Pontificia Univesità Salesiana di Roma, nel corso di un affollato convegno sul tema «La vocazione in crisi».

La sala era gremita di sacerdoti e suore. «Segno che ci si interroga molto sul significato della vocazione e parlare di crisi è un modo per parlare di ognuno di noi» ha spiegato Mario Llanos, salesiano, direttore del Centro di Pedagogia Vocazionale che ha organizzato l’appuntamento.

Mons. Ghizzoni ha svolto un’analisi precisa. Le cause della «crisi» le ha elencate: «disorientamento quando non si comprende più la propria identità ed il proprio ruolo; disagio relazionale; depressione; difficoltà caratteriali; solitudine; omosessualità». Spesso «si entra in una relazione affettiva per colmare un senso di vuoto ed il disagio di dover svolgere tante attività senza fermarsi e senza calore umano. Così si conclude il percorso di crisi lasciando il sacerdozio».

Un ruolo di primo piano viene svolto anche dall’insipienza dei formatori. «Segni di debolezza – racconta il vescovo – emergono di tanto in tanto però vengono sottovalutati sia dal seminarista sia dai formatori. Valga per tutti quello che mi ha raccontato un sacerdote in crisi. Aveva detto ai responsabili del seminario, prima dell’ordinazione, che non era convinto e che davanti a sé vedeva come del buio e non sapeva se l’ordinazione fosse opportuna. Ma i formatori non hanno fatto una piega e gli hanno risposto: davanti a te c’è solo Cristo, non preoccuparti».

«Questi sono i problemi – ha aggiunto il vescovo – provocati da una formazione standardizzata, dove non c’è spazio per momenti personalizzati e di riflessione individuale. Non si dà al singolo l’opportunità di compiere altre esperienze. Sembra che se l’ordinazione non avviene nei tempi stabiliti ci sia una sorta di punizione per il candidato». Eppure i segnali di disagio ci sono e vanno visti ed interpretati per evitare gli abbandoni e recuperare i sacerdoti, i frati, le suore. Mons. Ghizzoni li ha anche indicati uno per uno. «Quando si va nei gruppi di spiritualità alternativa che diventano una scusa per abbandonare il presbiterio nel quale si è inseriti, quando si cercano comunità di nuova consacrazione, forme di pastorale eccentrica, uso eccessivo dei social network, atteggiamenti di distacco e critica verso l’autorità».

I rimedi? Pochi ma precisi. Soprattutto itinerari formativi personalizzati, uso degli psicologi in seminario, investire risorse per non lasciare sole le persone prima e soprattutto dopo l’ordinazione. Ad annuire vigorosamente, sul tavolo dei relatori, c’era padre Gian Luigi Pastò, superiore generale dei Venturini, piccola congregazione nata però per prendersi cura dei problemi del clero. «Ho spesso chiesto alla Cei – dice – di costituire uno speciale ufficio permanente per il clero per un servizio di proposte, animazione, formazione. Finora non ci sono state risposte. Speriamo arrivi la volta buona».