LEZIONI AL VIA: RAGAZZI AL CENTRO

Prima campanella e via a un nuovo anno scolastico. Ma è una “buona scuola” quella in cui i nostri figli rientrano domani? O almeno “migliore” di quella che hanno lasciato tre mesi fa? Perché mai come in questa estate si è discusso tanto di scuola – ed è un bene – ma lo si è fatto più che altro dal punto di vista organizzativo, di assetto, come “ambito di lavoro”.

Ora però che sono state espletate le procedure per l’assunzione di una prima tranche degli oltre 100 mila docenti previsti dal progetto della “Buona scuola” – con oltre il 97% che ha accettato la proposta di assegnazione dell’amministrazione – occorre provare a rovesciare la prospettiva e guardare alla scuola dal punto di vista delle famiglie e degli studenti.

Chiederci, cioè, se e in che misura è cambiata la scuola che aspetta i quasi 9 milioni di ragazzi nuovamente pronti a varcare le porte delle aule. Non fosse altro perché qualsiasi riforma non può produrre risultati apprezzabili se non reca in sé la consapevolezza della centralità dello studente nel lavoro educativo: una consapevolezza che, fortunatamente, la maggior parte dei maestri e professori italiani sembra possedere ben chiara, al di là delle legittime rivendicazioni di categoria.

Diciamo subito che alcune novità positive non mancano, anche se la loro portata potrà essere verificata soltanto strada facendo, in base a quanto i singoli istituti riusciranno a realizzare concretamente di ciò che sulla carta è previsto in linea teorica. Anzitutto, studenti e famiglie troveranno, dopo l’ingente infornata di assunzioni, una maggiore stabilità del corpo docente, e in alcuni casi addirittura un numero di insegnanti superiore alle cattedre effettive, che vanno a costituire il cosiddetto “organico potenziato”.

Un pool di docenti insomma che, oltre a coprire le supplenze, potrà incrementare l’offerta formativa. Questo soprattutto (ma non solo) negli ultimi tre anni della secondaria di secondo grado, dove è possibile prevedere alcuni insegnamenti opzionali che si sommano a quelli obbligatori. Si tratta di un’idea felice, che cerca di svecchiare i programmi aprendo la scuola alle sollecitazioni del mondo attuale (si pensi per esempio all’importanza di lingue come il cinese o il russo).

Un secondo punto di forza è l’ampliamento dell’alternanza scuola-lavoro, che non riguarderà più soltanto gli istituti tecnici e professionali, ma anche i licei: un ragazzo del classico potrà – poniamo – lavorare per alcune ore, magari durante le vacanze estive, in un museo, mentre un altro dello scientifico fare esperienza in un laboratorio di ricerca.

Poiché spesso si lamenta il distacco tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro, questa appare un’altra novità interessante. Una scelta tesa a favorire un precoce contatto con l’universo delle professioni, in modo che gli studenti possano mettere alla prova le proprie competenze nella prospettiva di un inserimento lavorativo.

L’offerta formativa complessiva di una scuola sarà contenuta in un piano triennale, in modo che i genitori, al momento di scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli, potranno sapere nel dettaglio che cosa troveranno nei diversi istituti: ciò significa che un genitore potrà iscrivere il figlio non “a scatola chiusa” o per sentito dire, ma sulla base di una scelta consapevole.

Le famiglie saranno coinvolte, tramite i Consigli di Istituto, anche nella valutazione del lavoro dei docenti, attività alla quale, nella scuola superiore, collaborerà la stessa componente studentesca: è questo un punto controverso della riforma, che però dovrebbe determinare una maggiore attenzione alla qualità dell’insegnamento.

In tale ambito acquistano un ruolo sempre più di primo piano i test Invalsi, volti a misurare in maniera oggettiva i livelli di apprendimento. Anche se sulla valutazione dei docenti e sulle prove Invalsi i sindacati di categoria annunciano battaglia: il rischio di un “autunno caldo” di scioperi è in questo senso piuttosto concreto. C’è solo da sperare che il conflitto tra le parti non danneggi ancora una volta gli studenti.

Qualche buona notizia c’è anche sul fronte delle scuole paritarie, sebbene si sarebbe potuto fare di più per arrivare, in attuazione della legge Berlinguer, a un sistema veramente integrato tra scuola statale e non statale: non si capisce perché ciò sia possibile nel campo della sanità, mentre quando se ne parla a proposito della scuola in molti sono pronti a stracciarsi le vesti per protestate contro una presunta offesa alla laicità dello Stato.

Comunque, mentre vengono confermati gli attuali sostegni finanziari alle scuole paritarie già messi a bilancio dal Miur, è stata prevista, in aggiunta, la detraibilità del 19% delle spese sostenute dalle famiglie degli alunni delle paritarie per la frequenza scolastica. Non è molto, ma anche questo è un primo passo nella direzione giusta. E adesso, ridiciamocelo, l’attenzione torni a concentrarsi sui ragazzi. Prima di tutto, loro.
Roberto Carnero

(articolo tratto da www.avvenire.it)