SE NON VEDO NON CREDO!

PER EVANGELIZZARE OCCORRE RI-ENVANGELIZZARSI
Diac. Marco Ermes Luparia
“Tommaso, uno dei dodici, detto Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero dunque gli altri discepoli: <<abbiamo visto il Signore>>; ma egli rispose ad essi: <<se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato non crederò>>.
Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa e Tommaso era con loro, venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo e disse : <<pace a voi>>.
Poi disse a Tommaso: <<Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, avvicina la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere (diventare) più incredulo ma credente>>. Tommaso rispose e gli disse. <<Signore mio e Dio mio>>.
Gli disse Gesù: <<Perché mi hai veduto hai creduto, beati coloro che pur non avendo visto crederanno>>.”

Il brano è la conclusione del capitolo sulla risurrezione che si compone di cinque scene due delle quali narrano la scoperta della tomba vuota e le altre due le apparizioni a Maria Maddalena e ai discepoli. L’ultima scena, quella nella quale compare l’Apostolo, sembra raccogliere e concludere le precedenti. Siamo nella seconda apparizione ai discepoli, avvenuta otto giorni dopo la pasqua e Tommaso mostra di essere disposto ad accogliere la testimonianza degli altri discepoli, che gli annunziano di avere visto il Signore, soltanto se controllerà fisicamente nel Risorto i segni della passione. Con infinita condiscendenza Gesù gli viene incontro e lo porta a proferire la più alta professione di fede presente nel quarto vangelo: ” Signore mio e Dio mio!” Per capire tale risposta dobbiamo porla in relazione con la traduzione greca dei nomi ebraici, JHWH e Elohim, che nell’Antico Testamento erano le parole che indicavano “Signore” e “Dio”. La risposta che l’evangelista pone sulle labbra di Tommaso trasferisce su Cristo quanto l’Antico Testamento dice di JHWH e diventa l’esplicita proclamazione della divinità del Crocifisso-Risorto. Uno dei temi più importanti e centrali nel vangelo di Giovanni è senz’altro quello della fede, dell’incomprensione, dell’incapacità e della difficoltà a credere come Nicodemo e la Samaritana. In particolare ciò che più difficilmente poteva essere accettato era l’identificazione che Gesù faceva di se stesso con il Padre facendosi uguale a Dio. Il tema della confessione di fede che percorre tutto il quarto vangelo trova nella professione di Tommaso la sua più alta espressione: tutti i lettori del vangelo, tutti coloro che in esso credono, fino alla fine dei tempi, sono chiamati a raggiungere la stessa maturità di fede dell’Apostolo e, come lui, a dare la vita per il Cristo unico Signore e Dio.
Tommaso, l’ultimo che ha visto il Signore Risorto, diviene il primo dei credenti, l’APOSTOLO della FEDE.

San Tommaso nel suo tempo

La figura di San Tommaso, nell’esegesi corrente, si identifica con la figura dello scettico, lo scettico di ogni tempo. Probabilmente ha caricato su di se anche le perplessità degli altri apostoli di fronte all’apparizione di Gesù. Forse l’omiletica corrente non è stata così clemente nei suoi confronti, mettendolo così in una luce più opaca rispetto agli altri apostoli. Anche se questa non era l’intenzione dell’esegeta, nell’immaginario collettivo del credente medio è stato così: lui è l’unico che ha dubitato.
Eppure sento che la storia potrebbe essere andata diversamente e il suo dubbio fosse più determinato dal dolore della perdita del suo amato maestro e dall’umano timore di rimanere deluso qualora l’apparizione non fosse stata vera. Gli apostoli, nel vangelo di Luca, sono increduli più per la gioia che per lo scetticismo (Lc 24,41). Perché non pensare lo stesso di Tommaso?
Anche le parole dette da Gesù, da sempre considerate di rimprovero, potrebbero essere interpretate come l’occasione per mandare un messaggio a tutti i credenti di ogni tempo, a coloro i quali dovranno credere senza vedere. Intere generazioni si sono rifatte a questa scena ravvedendo in essa l’invito a credere alle parole di coloro che hanno visto e tramandano la loro speciale esperienza.
Non dimentichiamo che, prima di questa scena, durante la prima apparizione egli legge la stessa incredulità anche negli altri apostoli (come per Tommaso) e offre anche ad essi una prova concreta che non è un fantasma, prima invitandoli a toccarlo, poi chiedendo da mangiare (Lc 24,39).
Comunque Gesù era solito rispondere ai limiti umani del “vedo e credo” senza scandalizzarsi eccessivamente. Amava troppo i suoi discepoli per fermarsi alla loro umanità , la sua misericordia e comprensione era senza misura e sapeva bene che a loro non poteva non dare prove. Essi sarebbero stati i primi messaggeri, essi avrebbero dovuto raccontare, sarebbero dovuti essere i testimoni della sua resurrezione. Nessun dubbio poteva e doveva rimanere in loro. D’altronde egli sapeva che ben presto essi avrebbero suggellato con la vita la fedeltà alla promessa di essere trasmettitori del Vangelo. Detto in una parola: glielo doveva!
Nell’icona evangelica in cui si vede Tommaso mettere il dito nelle piaghe del suo maestro, va sottolineato come sia passato solo un istante tra la prova e la sua esplosione di fede. Mi piace pensare che nel cuore di Tommaso non c’era la diffidenza, ma la speranza, l’eccitazione che fosse veramente così. Il cuore non voleva dare altro che una risposta affermativa. Il premio di Gesù è che tutto si chiude solo con un rimprovero benevolo che parla a Tommaso per avere poi un eco millenaria.

San Tommaso e il nostro tempo

Se pensiamo che il Vangelo di Giovanni, che fa riferimento a Tommaso, sia il vangelo dei diffidenti sbagliamo di grosso. Il Vangelo in cui appare l’incredulità dell’uomo è un Vangelo di vitale importanza per noi e per le generazioni che ci hanno preceduto senza conoscere direttamente Gesù.
Potrebbe essere: il Vangelo per coloro i quali pensano di poter fare a meno di Dio a meno di prove concrete che smuovano il loro scetticismo; il Vangelo di coloro i quali cercano il Signore, ma non l’hanno ancora trovato e si dibattono nella miseria delle leggi umane dell’evidenza fisica; il Vangelo di coloro i quali lo hanno trovato e, impastati di relativismo, fanno fatica a ritrovarsi oggi nel racconto esprimendo uno scetticismo di fondo che trasforma il vangelo in una “incredibile” storia.

Chi pensa di poter fare a meno di Dio

Provo a mettermi nei panni di un ateo e non faccio fatica, poiché mi basta riesumare la mia storia di scienziato ateo che ha contraddistinto ben venticinque anni della mia vita. Le leggi dell’evidenza scientifica hanno rappresentato, per me in quegli anni, la linea guida ed il criterio differenziale tra il credere e non credere. Credo a ciò che vedo o che altri hanno veduto e che fa parte di quei fenomeni che possono essere riproposti anche in altri luoghi ad altre persone.- Se un fenomeno accade una volta sola ad una sola persona, sarà molto improbabile che uno scienziato materialista possa dare credito alla realtà dei fatti.
In questa ottica chi può fare a meno di Dio, o per lo meno dichiara questa convinzione, non attende altro che qualcosa le possa scardinare, il guaio è che quel qualcosa deve seguire le leggi dell’uomo e non quelle di Dio. Come poter quindi dare prove a chi porta in se una tendenza ( e non è il caso di Tommaso) a non credere?
Il messaggio di Gesù attraverso San Tommaso arriva comunque a tutti, compresi i non credenti e offre anche a questi ultimi la possibilità di entrare in un sistema di assi di riferimenti meno racchiusi nell’Io e più ben disposti ad aprirsi alla Parola di Dio. Val bene allora l’immagine di Tommaso che crede e dichiara il suo amore per il Signore come se fossero cadute le cataratte davanti agli occhi.
Molti scienziati si sono ravveduti davanti a fenomeni inspiegabili di cui sono stati testimoni. La loro conversione non è una conversione di valore inferiore perchè si sono trovati di fronte a prove inconfutabili; la virata spirituale (talvolta violenta) viene decisa dal piano di Dio, a seconda della forza che Egli impiega in funzione del piano che ha su quella persona. E noi sappiamo che Egli cerca proprio gli ultimi per rendere più credibile al mondo la testimonianza della Sua esistenza e la veridicità della Sua promessa.
Ma senza andare a scomodare uomini di levatura storica, io credo che molti di noi possano essere annoverati in questa categoria. E quanto struggente si fa il Vangelo di Giovanni in cui anche noi ci ritroviamo nella figura che titubante tocca uno dei segni della Passione di nostro Signore.
Gesù morto al mondo, resuscitato dal Padre (come promesso) si pone davanti alla contemplazione dei suoi discepoli come l’Eucarestia sull’altare durante i nostri momenti di adorazione.
San Tommaso lo scettico, a differenza degli altri discepoli i quali non osarono toccare il Signore, ha avuto questo onore e questo coraggio: prendendo tra le mani il Corpo di Cristo e lasciando che il Suo Sangue scorra tra le sue dita egli celebra la seconda Eucaristia.

Chi è alla ricerca di Dio

Per costui Tommaso è l’Apostolo della speranza. E’ il segno concreto dell’azione mistica di Dio verso la sua creatura. Gesù interpretando magistralmente la misericordia e la sollecitudine del Padre, si muove per primo verso i suoi discepoli in quanto sa che ogni sua espressione teofania darà loro la gioia e la rassicurazione di cui hanno bisogno.
La mistica di Cristo non è altro che la risposta all’ascetica dei discepoli.. Come poteva essere altrimenti? Questo rende credibile questa icona evangelica. Non solo, ma proviamo ad approfondire un pensiero.
Gesù si era presentato per tre lunghi anni quale il Messia. Con la sua morte li ha lasciati nello sgomento e nella confusione. Con il loro Maestro essi avevano perso ogni certezza per il futuro ed erano spaventati dalla loro solitudine.
Il Figlio di Dio, che aveva fatto un promessa di regalità disattesa dallo scandalo della Croce, perchè non ha fatto del suo ritorno una trionfante manifestazione di regale divinità? Questo avrebbe messo a posto tutte le cose e riportato il sorriso ai discepoli è vero, assecondando i criteri umani di ciò che è potenza e ciò che è debolezza. E se, come taluni credono, il Vangelo fosse il frutto della fantasia degli Apostoli, non avrebbero dovuto costruire una storia più consona alla promessa di Cristo di ritornare nella Gloria?
Invece essi, riportando i fatti nella semplicità e nell’assoluta verità( e così Cristo che ha promesso tutto dopo e non durante la loro vita, riappare nella sua umanità e con i segni della sua passione senza far rumore e senza rullo di tamburi) essi la raccontano quello che vedono, con genuina sincerità e senza alcuna malizia deformante a loro favore. Gesù questo voleva e questo ha avuto dai suoi amati figli e questo vuole anche da noi.
Anche questo è un segno per color i quali ancora non riescono a dare un equilibrio alla loro vita spirituale e cercano Dio imbattendosi in mille difficoltà.
Forse costoro cercano il Dio vivo pensando di vederlo secondo il criterio di leggi straordinarie, mentre Egli è ordinariamente accanto a noi. Si fa compagno di viaggio nel nostro tempo: nel povero, nel bisognoso, nel malato, nel carcerato per l’ingiustizia umana. Quello è il Gesù che hanno visto i discepoli e possiamo vedere anche noi se solo lo volessimo.
Chi ci dice che una persona incontrata per caso e che ci invita a pensare, sia solo un essere umano, come noi lo abbiamo percepito, e non è invece quel Gesù che si è fatto compagno di cammino delle donne prima che esse lo riconoscessero.
Madre Teresa di Calcutta toccava i suoi moribondi con la stessa venerazione di quando toccava l’Eucarestia, lavava le loro piaghe purulente come se toccasse i segni della Passione del suo amato Maestro, e li abbracciava come se stringesse l’Ostia dentro di se dopo essersi comunicata.
Non c’è bisogno di altro per credere.

Chi lo ha trovato, ma è intrappolato nel relativismo

Per ultimo, ecco il messaggio che arriva dalla splendida figura di san Tommaso ai credenti, o per lo meno per quelli che si conservano tali. Costoro siamo noi quando ci poniamo di fronte alla Parola di Dio ed al suo Vangelo. La domanda che mi pongo è la seguente: Il vangelo di Cristo appare oggi alla nostra mente tutto vero? O abbiamo alcuni dubbi? La risposta è certamente affermativa, nel senso che siamo in una condizione di pericoloso relativismo. Spesso in tale contesto i dubbi vengono superati pensando che è irrilevante se quanto i discepoli hanno raccontato sia vero oppure no, basta credere che Gesù è il Figlio di Dio ed anche se sono state raccontate delle storielle per renderlo credibile, questo non cambia la mia fede.
Purtroppo non è così. Non si può credere in Cristo Signore, Re dell’universo, e figlio Unigenito se non si crede a tutto ciò che su di Lui è stato tramandato da chi lo ha conosciuto, è vissuto con Lui ed ha patito per la Buona Novella fino a dare la vita.
La dimostrazione di quanto vado dicendo sta nella Santa Liturgia della Chiesa Cristiana. E’ nella venerazione, espressa in forme diverse della Parola del Signore. E’ Parola viva e non si può dubitare neanche su una parola senza cadere nel relativismo, nella trappola subdola di un incredulità subliminale.(cfr Mt 5,18: “finchè non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota”.)
Credere a pezzi equivale a non credere ed inficia tutta la fede, nascondendo verso gli Evangelisti la stessa accusa di falso che rivolgono loro i non credenti.
San Tommaso ci da una lezione accettando la sua incredulità, ponendosi nello tesso tempo ponendosi nello stupore di bambino di fronte alla bellezza della scoperta che Gesù, il Suo Signore, è lì davanti a lui così come lo aveva conosciuto e lo poteva anche toccare.

Per evangelizzare occorre rievangelizzarsi

“Non sono venuto per cancellare la Legge, ma per darle compimento”. E allora non tutto è da rigettare, solo da compiere. Perché tornare indietro? Se ci proponiamo di evangelizzare dobbiamo essere disponibili a riconoscere che questa tensione regressiva vetero-testamentaria è reale. Quindi dobbiamo rivedere la nostra posizione di fronte allo stile di vita evangelico. In esso appare tutto con molta chiarezza, sia il fascino che la difficoltà. La strada maestra è quella di rifiutare categoricamente i compromessi per crescere nella fede e nell’adesione incondizionata a Cristo.
È vero che la nostra piccolezza e la nostra inadeguatezza, ci mette spesso nella condizione di cadere nel peccato, nel tradimento, nella durezza del cuore, di fronte alle sciagure morali, materiali e spirituali del nostro sfortunato fratello. I vari “si, ma!” si sprecano nella nostra vita al punto tale che non ci rendiamo più conto delle tragedie che ci circondano, e mentre la pozza d’acqua si restringe, i popoli assetati vengono minacciosamente tenuti lontano da essa nel nome delle leggi di mercato o dalle logiche di potere. I bambini muoiono e la gente cade nella disperazione ed in balia del maligno, grazie alla nostra indifferenza, o ai nostri calcoli. Anche qui, nella migliore delle ipotesi, della tragedia vediamo solo un numero di conto corrente postale. Esso ci libera dall’angoscia, ma ahimè! non risolve il problema.
Ma che cosa significa ri-evangelizzazione, soprattutto, e che cosa significa oggi? Io ho capito che ri-evangelizzazione significa riproporre al cristiano del Duemila, diventato ignorante, che ha dimenticato i contenuti evangelici, di riprendere la lettura, in modo da rinverdire “la memoria” si ciò che ha detto Gesù. Ma dopo anni di catechesi, quale cristiano non conosce “l’essenziale”, o quale cristiano non sa ricorrere a questo libricino così semplice. Allora siamo sicuri che dobbiamo spiegare di nuovo il Vangelo per ri-evangelizzare? O non dobbiamo invece tradurlo in esperienza visibile di vita, testimoniante, a coloro che ci ascoltano, l’amore di Cristo quale invito a vivere la stessa nostra esperienza?
Ri-evangelizzare significa più che altro novità, e non riedizione, significa entrare nella prassi evangelica unico strumento che ha il cristiano per uscire dalla regressione spirituale in cui si trova ed accedere alla salvezza.
I tabernacoli delle nostre chiese contengono e conterranno giocoforza Gesù Eucarestia, anche quando saranno solo una storia raccontata che spesso lascia perplessi grandi e bambini. Di questa perplessità ce ne accorgiamo dopo che il pregare davanti ad esso, anche con grande trasporto, si frantuma non appena si esce dalla chiesa, con il primo gesto di irritazione per il povero o per lo zingaro che chiede l’elemosina sul sagrato. Ma se Gesù, nei suoi “piccoli” è fuori, chi abbiamo messo nel tabernacolo? Talvolta ho pensato, mi si perdoni la piccolezza, che se Gesù potesse, nel tabernacolo, darci un segno visibile della sua gioia e della sua tristezza, secondo il consuntivo delle nostre opere concrete, credo proprio che i nostri “templi” non brillerebbero di una grande luce.
“Maestro cosa devo fare per meritare la vita eterna?”. “Va e vendi tutto e dallo ai poveri e poi seguimi!”.
Cosa fece il giovane ricco? Se ne andò rattristato. E noi siamo tanti giovani ricchi, siamo nati giovani ricchi, incapaci di compiere il grande balzo per gettarci tra le braccia di nostro Signore, fidandoci di Lui ed affidandoci a Lui…costi quel che costi! Riflettiamo insieme.
Pietà di noi Signore, oggi più che mai abbiamo bisogno della tua misericordia! Illuminaci la strada per incarnare il tuo Santo Vangelo dinanzi a tutti, dacci la forza di essere Te, affinché gli altri, attraverso le opere che tu compi attraverso di noi, umili strumenti, credano in te, e ti riconoscano Re dell’Universo e Salvatore del mondo.

Evangelizzare

Convertiti dentro, testimoni viventi della Parola di Vita fuori, diventiamo veramente credibili a tutti. Di fronte alle opere che il Signore compie attraverso di noi diventiamo fonte di gioia, di consolazione, di speranza per quanti ci avvicinano. Diventiamo strumento di conversione nelle mani di Colui che non ci vuole più discepoli, ma apostoli. Il vero strumento quindi della nuova evangelizzazione non è solo conoscere il Vangelo per poterlo annunciare (“Signore apri le mie labbra e la mia bocca proclami la Tua luce”), bensì “essere Vangelo”.
Ogni istante della nostra vita ci chiede di essere Vangelo, e poiché ogni istante equivale ad una vita, in quell’istante si gioca il nostro destino, quello è il giorno ultimo. E se non lo è in realtà, è solo per perché il Signore è buono e misericordioso.
La Parola di Dio è talmente lucente che non ha bisogno della nostra capacità di eloquio per risaltare, essa brilla per se stessa, l’hanno proclamata potentemente giovani imberbi (Geremia), balbuzienti (Mosè), incolti (gli Apostoli). Tutti per grazia di Dio!
Purtroppo essa diventa opaca quando la nostra vita non è conforme ad essa. E allora diventa stridente l’incoerenza e con essa, la Parola diventa ideologia, parola vuota o meta irraggiungibile. In sintesi e paradossalmente, la Parola di speranza diventa fonte di disperazione.
“Vi toglierò dal petto il cuore di pietra e vi porrò un cuore di carne”. Sia, Signore, come tu hai promesso, apri pure il nostro cuore, compi la tua opera e facci tuoi in tutto e per sempre.