LA RICCHEZZA DELLA POVERTA’ E LA POVERTA’ DELLA RICCHEZZA

Elisabetta Tocco

 «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». (Mc 12,41-44)

Sono nata in una famiglia benestante. Ho conosciuto sin da bambina l’abbondanza e l’amore incondizionato di genitori e fratelli. Non ho mai avuto bisogno di pulire ciò che sporcavo perché c’era il personale domestico che lo faceva per me. Pensavo che questa fosse la normalità. Pensavo che fosse un nostro diritto l’essere ‘serviti’ e un dovere dei poveri quello di ‘servire’.

Ho vissuto con questo convincimento sino a quando, a 49 anni, il Signore Onnipotente e Misericordioso ha avuto pietà della mia miserrima anima e ha cominciato pian piano ad aprirmi gli occhi del cuore.

Grazie alla Sua Misericordia infinita ha creato per me l’occasione di avvicinare persone di tutti i livelli sociali, soprattutto gli immigrati a Roma di tutte le nazionalità, diversi per cultura e lingua, ma con in comune la mancanza di risorse economiche, la solitudine e spesso l’abbandono, ma un grande cuore.

È stata una scuola provvidenziale! Una scoperta della ‘persona’ per sé stessa e non per ciò che si può permettere. Ho potuto conoscere la sofferenza del distacco da patria e famiglia. Ho conosciuto la fatica e l’abnegazione nel loro umile lavoro i cui frutti prendevano la strada di casa per il sostentamento dei loro cari in patria, spesso grazie alla rinunzia del necessario per loro.

Il Signore Iddio mi stava dando un’occasione per aprire gli occhi e per aprirmi all’altro meno fortunato di me.

Ho vissuto allora un’esperienza meravigliosa con loro: contribuire a dare assistenza agli immigrati ammalati ricoverati negli ospedali di Roma.

La definisco meravigliosa per due ragioni.

  • Dio Misericordioso mi ha permesso di ‘vedere’ la sofferenza di chi, in terra straniera, si ammala. È questa una condizione tremenda perché comporta, insieme alla sofferenza fisica, la solitudine, il bisogno di assistenza, la difficoltà, a causa della lingua, di comunicare i loro problemi a medici e infermieri, talvolta l’umiliazione di essere trattati dagli stessi in modo diverso rispetto agli ammalati italiani. Non solo: per un immigrato, nella maggior parte dei casi e per il tipo di lavoro che fa, quando si ammala perde il suo lavoro. Quindi alla malattia si aggiunge la perdita del lavoro e di una casa in cui lavorava e viveva.

2)   Ma il Signore Benedetto non ha figli da abbandonare. Ho toccato con mano la generosità di domestici e badanti immigrati che dedicavano il loro poco tempo libero alle visite in ospedale a un loro connazionale e non ricoverato. Quanti di noi dopo l’ufficio, stanchi e col desiderio di rilassarci nella comoda poltrona di casa, andrebbero in un ospedale sconosciuto ad assistere e portare conforto a un ammalato sconosciuto? Ebbene questi piccoli grandi ‘eroi’ immigrati lo facevano felici di poter dare tutto ciò che avevano: il loro poco tempo libero e il loro amore dimostrato a chi aveva meno di loro e si trovava nella sofferenza fisica e morale.

È stata questa una cura importantissima per la mia personale cecità per chi viveva una durissima realtà così diversa dalla mia e sino ad allora per me sconosciuta.

Quando cominciavano a cadere le scaglie dai miei occhi, mi è stata data un’altra opportunità: partecipare a una missione in un piccolo villaggio che si trova a 2.800 metri di altitudine sulle Ande peruviane, a 800 km dalla capitale Lima.

Celina, una delle volontarie degli ospedali, allora domestica presso una famiglia di Roma, mise a disposizione un piccolo terreno di sua proprietà per costruire una mensa scolastica per i bimbi delle comunità vicine al villaggio in cui si trovava l’unica scuola. I bimbi camminavano anche 3 ore per raggiungere la scuola e per tornare alle loro case. Spesso si addormentavano in una scuola senza banchi e senza sedie e non avevano da mangiare sino al loro rientro a casa. Celina dopo anni di ricerca di aiuto economico, è riuscita nel suo intento e ora i bimbi hanno il loro ‘comedor’ e si sta concludendo anche la costruzione di un ambulatorio gratuito per assistere e fornire medicinali, difficilissimi da reperire in un luogo così isolato, ai più bisognosi. Per fare tutto ciò Celina ha lasciato il suo lavoro a Roma ed è tornata nel suo paesino natale per dirigere quanto, con tanta generosità, ha realizzato.

Ho raccontato quest’opera stupenda perché per due volte per un mese sono stata con lei in Perù. Lì ho conosciuto la vera povertà anche delle cose più elementari. Ho visto cucinare i pasti a donne sedute per terra, macinare i condimenti per i loro piatti su una grande pietra che il terreno metteva a disposizione con l’aiuto di un’altra pietra, ho assistito alla condivisione generosa del poco che ciascuno aveva, l’assenza di servizi igienici sostituiti da un recinto senza porta e a cielo aperto, i muri delle case fatti con mattoni di fango spesso consumati dalle piogge e tanto altro. Ma in tutto questo e sopra tutto ciò aleggiava la gioia per questo poco che possedevano e l’amore di tutti per tutti. Gli abitanti di quel paesino si sentivano ricchi, erano contenti della loro vita semplice e povera, ma ricca di un ingrediente, nella nostra cultura raro e prezioso: l’amore per il prossimo.

Concludendo, chi è il più ricco tra noi? Chi possiede tutto, una bella casa, una bella macchina, bei vestiti, gioielli, il superfluo e nonostante tutto è infelice perché tende ad avere sempre di più e vive nel proprio dorato egoismo, oppure chi, non possedendo quasi nulla vive nella gioia condividendo con generosità anche quel pochissimo che ha?