• Dom. Ott 25th, 2020

…DUE ORE…

DiDiac. Ermes Luparia

Ott 7, 2015

Elisabetta Tocco

…Non dobbiamo vivere che due ore,
e poi un premio senza fine!…
Cammino di perfezione, cap.2,7
Santa Teresa d’Àvila
I giovani, nella loro visione della vita, vivono come se la loro vita terrena non dovesse mai terminare. Non ci pensano proprio, giocano inconsciamente a ‘essere eterni’. Molte persone anziane sentono invece avvicinarsi a grandi passi la fine della loro vita, ma il loro sguardo è impastato di sgomento nei confronti della sua fine e di sofferenza perché rifiutano, con vera e propria paura, l’idea della morte fisica.
La cosa più certa della vita è la morte!


Non ricordo chi lo abbia scritto o detto, ma è una certezza che sarebbe bello portarsi dentro e che facesse parte della nostra giornata e di tutte le nostre azioni e pensieri.
Naturalmente diversi possono essere gli atteggiamenti psicologici nei confronti di qualcosa, la morte, che nessuno è mai tornato per illustrarci. Utilizzando uno sguardo umano ‘finito’, nessuno sa cosa in realtà avvenga durante e dopo la morte fisica. Da qui la diffidenza e l’orrore per essa perché la si associa alla sofferenza e al successivo disfacimento del corpo. Tutto normale e logico per chi ha vissuto sempre basandosi su un approccio meramente empirico: credo se tocco e vedo; ciò che non tocco e non vedo non esiste! Ma anche chi ha fede in Dio a volte formula questo tipo di pensieri.
Ciò che tento di dire è che il pensiero che questa vita abbia un tempo limitato, a volte brevissimo a volte molto lungo, può anche generare uno stile di vita e non sgomento.
La coscienza che è solo un momento dell’eternità può portarci a essere gioiosi. Ma si può essere nella gioia al pensiero che dobbiamo morire tutti indistintamente? Ebbene sì!
Se pensiamo che la nostra vita è dono, che anno dopo anno viviamo sotto lo sguardo amorevole di Nostro Signore, che ogni mattino che ci svegliamo a un nuovo giorno da vivere è dono, che ogni istante che viviamo, sia esso nella gioia o nel dolore, è un’opportunità in più che ci viene regalata come opportunità di felicità, come si può vivere nello sgomento? Se pensiamo che questo nostro pellegrinare nel mondo sensibile non è altro che una scuola per imparare meglio a amare l’Altro nell’altro, per percorrere un cammino colmo di sassi in cui inciampiamo coscienti però che la dolce mano di Gesù è sempre lì pronta a aiutarci a risollevarci, che la luce della sapienza dello Spirito Santo è una presenza reale e sollecita nell’indicarci la via diritta, che la dolcezza paterna di Papà Dios è sempre pronta a consolarci se imbocchiamo quella storta, incoraggiandoci a riprovarci, non c’è ragione di vivere l’ansia della fine fisica. La nostra vita è solo una preparazione alla vera Vita che non è quella che stiamo vivendo per un tempo comunque limitato, ma quella che vivremo per l’eternità, per sempre. Il Signore, nella Sua bontà, ama darci la libertà di essere felici già in questa dimensione umana oppure di essere tristi e in preda alla paura di perdere questo che è solo ed esclusivamente un Suo dono. A noi scegliere.
La Santa di Avila ci dice che la vita dura solo due ore: cosa sono due ore in confronto all’eternità? Niente! Questo significa la sua frase. Niente in confronto alla non-fine del tempo della vera Vita. Allora, perché angustiarci per il fatto che mentre viviamo pensiamo che moriremo, anziché pensare a godere ogni istante che il Buon Dio ci dona? Perché soffermarci sul contingente, gradevole o sgradevole, pur sapendo che non siamo soli a viverlo e che per noi è dono e opportunità di salvezza?
Il principe del male gode quando ci vede in questo stato angoscioso che denuncia la nostra debolezza. Ne gode perché siamo, in questo stato, facile preda delle sue sottili e perfide arti per farci perdere la strada diritta in questa vita e per condurci a quella che porta a non godere della Vita eterna al cospetto della Santissima Trinità. Da soli non ce la possiamo fare contro il maligno! È troppo forte per noi se rifiutiamo la mano tesa di Gesù, se non ci aggrappiamo ad essa. È il demonio che ci porta a vivere sotto una cappa di tristezza perché ci fa attaccare con forza alle cose e alle persone che diventano per noi dei falsi idoli che occupano il nostro cuore e la nostra mente e che non lasciano spazio a Chi ci ama veramente: Dio.
Perché allora scegliere un percorso terreno impastato di arido pessimismo anziché scegliere la via luminosa della speranza? Perché sposare la tristezza anziché la gioia? A ciascuno di noi la responsabilità di scegliere coscienti che sono le nostre scelte quotidiane a determinare il nostro stato interiore. A noi non imputare a Dio ciò che viviamo e come lo viviamo. A noi guardare verso l’Alto e non focalizzare l’attenzione su quanto prima o poi lasceremo.
La misericordia e l’amore tenerissimo del Signore, se li accogliamo, accompagnano il nostro oggi e ci danno la speranza di un domani eterno e felice al Suo cospetto.

Nettuno,18/8/2015

VIDA

Tarde o temprano me llamarás a Ti
Día de felicidad será pa’ mí
por fin viva en tu Amor
libre de amarTe a Ti, mi Creador.
Suelta por fin estar de mil cadenas
franca podré andar hacia Tu luz.

Tarde o temprano me llamarás a Ti
Y me despertaré a nueva vida
de tantos enlaces me iré suelta
de las cosas del mundo, de las personas
que me tienen esclava en esta vida
privada de mirar a mis hermanos
con amor puro que Tú nos enseñaste.

Tarde o temprano me llamarás a Ti
No será muerte, eso será vida
una vida feliz, viéndote a Ti.
Con luz y paz la alegría de estar
fuera de la cárcel de este cuerpo.
Gracias al Amor vuelta a nacer
Para siempre Contigo, mi Señor.

¿Cuándo, Jesús, me llamarás a Ti…?

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.