Fin dalla sua venuta al mondo, se non addirittura dal suo concepimento, l’essere umano si trova a doversi confrontare con un alternarsi infinito di fasi di immaturità e maturità. Secondo la situazione evolutiva in cui si trova dovrà affrontare situazioni e relazioni che lo troveranno di volta in volta impreparato e che imparerà a gestire acquisendo quelle che in psicologia vengono chiamate “competenze”.
Il carattere e la personalità hanno un ruolo non indifferente, non tanto per la gestione specifica delle prestazioni richieste, quanto per l’energia e la determinazione a voler raggiungere un determinato obiettivo.
Lo scorrere degli anni prevede uno schema comportamentale, intellettivo e cognitivo che dice se la persona è o non è in linea con gli standard comuni ad altre persone della stessa età, dello stesso sesso, della stessa cultura (intesa come appartenenza nazionale). Sono questi parametri a cui si fa riferimento che dicono il livello di integrazione nel tessuto sociale e la capacità di rispondere alle regole emanate dalla collettività. In poche parole, la maturità la fa l’assenza di devianze più o meno gravi.
Ovviamente ogni contesto richiede un certo tipo di maturità almeno di base per poter affrontare il processo formativo che viene richiesto per quel tale obiettivo. Sia che si tratti di una scuola di livello superiore, o che si tratti di contesti istituzionali ad alta qualificazione come ad esempio un Istituto Militare, oppure ancora una struttura universitaria di eccellenza, la valutazione all’ingresso è mirata ad individuare alcuni requisiti minimi, sia per l’idoneità che per ridurre al minimo i rischi di fallimento.
Il concetto di maturità psicologica è molto controverso e non univoco. Lo vediamo oggi nel mondo occidentale, laddove comportamenti regressivi molto evidenti non solo non vengono diagnosticamene inquadrati in una generale immaturità, ma addirittura considerati evolutivi per l’individuo e la società.
In linea di massima diciamo che esiste un gioco evolutivo di maturità ed immaturità, in cui il nucleo fondamentale deve essere frutto di una armonia tra età mentale ed età cronologica. Esperienze di vita dicono che l’intelligenza, la cultura, l’esperienza di vita che via via progrediscono devono globalmente collocare l’individuo ed i suoi comportamenti nella scala del vivere sociale secondo le sue regole di convivenza e secondo canoni condivisi. Tra i fattori importanti vi sono anche quelli morali, poiché oltre ad essere un richiamo ad un profilo di vita differente da quello del mondo animale, dice anche del rapporto dell’essere umano con la sua interiorità.
Detto quanto sopra, quale è il senso (o la possibilità) di misurare la maturità di un individuo, tra l’altro in piena adolescenza, basandosi solo su prestazioni cognitive e culturali che con la maturità hanno a che fare solo marginalmente. Le performance culturali sono aspetti specifici della persona che riguardano la sua capacità di esprimere prestazioni riguardanti la sfera intellettiva e null’altro. La maturità adeguata ad ogni fase evolutiva riguarda non solo il sapere, ma come si saprà usare il proprio retroterra culturale, la postura nella società, nella vita di relazione ed il successo nelle varie situazioni di problem-solving in cui la vita non farà sconti.
Non ultimo è il profilo valoriale che identifica la persona nella società non solo per quello “che sa”, ma per quello “che è”. Vi sono eccellenze intellettuali che si sono rivelate veri e propri fallimenti sul piano morale. Anzi l’essere stati spinti talvolta alla competizione alimentata da una visione narcisistica della vita, finiscono con il diventare delle spine nel fianco anziché risorsa per la collettività.
Detto questo che cosa si propone di valutare l’esame del quinto anno delle superiori? Non certamente la maturità di un giovane, che è tutt’altra cosa. Al massimo potrà verificare solo quello che ha imparato in termini nozionistici, e quantificare il risultato definendone il valore di mercato.
Questa verifica non è una operazione inutile, ma non chiamiamola maturità. È pericoloso per tutti: per quelli che insegnano, per quelli che esaminano e per quelli che si sono impegnati a stabilire le linee strategiche dell’istruzione di un Paese
A questo proposito è interessante vedere come viene tracciato l’identikit di un docente così come richiesto da chi è chiamato a valutarne l’idoneità. Se i criteri ricalcano quelli della valutazione degli studenti, la selezione privilegerà sicurante la preparazione culturale specifica della materia che dovrà insegnare a partire dal voto di laurea. Non ci sarà nessun riferimento alla componente psicologica e capacità pedagogica, elementi fondanti per accompagnare i giovani ad entrare nella società come valore aggiunto e non vuoto a perdere.
La polemica generata, in questo anno, dalla modalità con la quale sono state redatte le prove di esame sembrano non soddisfare nessun requisito: non misurano né la maturità dei giovani studenti, né quello che essi dovrebbe sapere. Soprattutto, nel momento in cui si presentano non come una prova ma come una sfida, oltretutto mortificando quei colleghi che per anni hanno curato quei giovani con amore e con alto profilo pedagogico. Ecco allora la mia domanda: quale è la maturità di un docente che, senza la minima sensibilità, assume la postura di un “bullo” (come nei tempi passati) sovradimensionando la difficoltà della prova? Cosa vuole dimostrare? È una domanda che i vari Ministri deputati alla Pubblica Istruzione, almeno degli ultimi venti anni, dovrebbero porsi con molta serietà, innanzitutto eliminando il termine “maturità” dalla definizione dell’ultimo esame delle superiori, assumendo la consapevolezza che non è una questione formale, ma di chiarezza di una sostanziale semantica. Suggerirei di fermarci alla dicitura ultima di “Esame di Stato” che, pur mantenendo tutti i limiti che ho descritto è più chiara. Da questa chiarezza, si spera che un giorno possa derivarne un nuovo processo, non solo valutativo di preparazione, ma anche pedagogico per le generazioni future di docenti e di studenti.
