Quando nel 1986 nella Sinagoga di Roma, il Papa San Giovanni Paolo II parlando ai convenuti li definì, con cuore autenticamente fraterno e incline alla conciliazione, “fratelli maggiori”, probabilmente non aveva la consapevolezza che quella mano tesa, nel tempo, non avrebbe avuto il riconoscimento che meritava.
Tuttavia, la ricchezza di quel gesto si sarebbe riverberata nel cuore di tutti i cristiani che hanno seguito il loro Pastore aderendo alla visione ecumenica del Santo Padre, me compreso. A partire da quel giorno quell’affermazione si integrò profondamente in una visione ecclesiale divenendo patrimonio di moltissimi cattolici: laici, consacrati e consacrate, preti e Vescovi. Inserita nelle omelie e negli scritti di autorevoli autori e fautori del dialogo interreligioso.
Passati quarant’anni, di fronte ad uno scenario così tremendo che sta sconquassando la Terra Santa mi chiedo come avrebbe reagito Giovanni Paolo II? Avrebbe affidato alla storia e alla Chiesa una analoga immagine di fraternità che oggi, assumendomene la responsabilità, personalmente sto mettendo fortemente in dubbio.
Oggi, chiedendo perdono, nella sequela di domande che muovono la mia mente e addolorano il mio cuore, c’è anche questa che sottopongo anche ai lettori senza nessuna pretesa di verità: di quale fraternità si sta parlando?
Il primo punto della riflessione è il seguente: se ci sono fratelli maggiori vuol dire che ci sono fratelli minori. Quei fratelli minori siamo noi cristiani? E allora, una ulteriore domanda: perché minori? In virtù di cosa siamo minori. Maggiore e minore implica, nell’analisi logica un rapporto di valore. Che cosa attiene alla storia del cristianesimo che ci pone in una situazione di “minus”? Forse per il fatto che la storia del Cristianesimo è più recente pur fondandosi sull’Antico Testamento?
Forse, con molta superficialità, non riflettiamo abbastanza sul fatto che il Nuovo Testamento ha avuto inizio da un ebreo, Gesù il Cristo, che è stato seguito da un piccolo gruppo di Ebrei, gli Apostoli e non solo. Noi, che siamo la progenie di quell’Uomo e di quel tempo, se accettiamo di considerarci fratelli minori vuol dire che anche Gesu, il Figlio di Dio, gli Apostoli e tutti quelli che hanno creduto in lui, sono “fratelli minori” di coloro che lo hanno negato, oltraggiato, insultato e crocifisso? Qualcosa non torna!
Che significato assume per noi oggi, accettare questa tesi che non ha alcuna consistenza teologica e biblica? Gesù, come lui stesso ha affermato “non era venuto ad abolire la legge, ma a darle compimento”. Il compimento voleva significare chiudere una parte della storia della salvezza, per offrire al suo popolo il progetto ultimo di Dio, Padre deluso, ma profondamente misericordioso, affinché uscisse dalla trappola mortale della formalità farisaica fatta di leggi e decreti per aderire all’unico comandamento:” Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Nel suo tempo a questo invito aderì una piccola compagine di Ebrei che credette alla sua Parola, la Madre compresa. Tutti gli altri rimasero graniticamente chiusi nella visione giudaica veterotestamentaria. La stessa che condusse il Sinedrio al processo farsa, alla condanna e la messa a morte di Gesù.
Mi chiedo allora che cosa abbiamo da condividere con gli Ebrei del nostro tempo? Forse una parte dell’Antico Testamento, in cui emerge la sapienza dei Profeti che continuano ad illuminare la nostra vita di credenti e che invano hanno cercato di correggere il Popolo di Israele dalle sue deviazioni di ordine morale e spirituale (Is 5,8-24).
Il Messia da loro prefigurato non è stato minimamente intravisto nel Gesù di Nazareth. O forse non si è voluto vedere per il fato che egli ha fatto traballare il potere dei Sacerdoti, Scribi e Farisei, smascherando la loro malizia e i loro stratagemmi per mantenerlo.
Le parole di Gesù sono state veramente severe e lo sono anche oggi non solo per gli Ebrei ma anche per noi Cristiani a cui faremmo bene a prestare attenzione: Li definisce pubblicamente “Sepolcri imbiancati”, “Razza di vipere, covo di serpenti!” (Mt 3,7). Cosa possono insegnarci?
Mi chiedo ancora: gli Ebrei del nostro tempo in che modo possono legarsi alla storia della salvezza, nella sua vera prospettiva escatologica, che il Figlio di Dio ci ha annunciato unitamente alla promessa che la Conversione potrà un giorno consentirci di contemplare il volto del Padre? Come Cristiani considerarli i nostri fratelli maggiori è solo una forzatura storica e teologica che non ha fondamento se non facendo numerosi passi indietro, con colpevole buonismo, misconoscendo il fondamento Pasquale della nostra Fede.
Seguendo gli insegnamenti di Gesù, dove emerge con chiarezza l’invito delle Beatitudini, l’ostinazione degli Ebrei non deve indurci nella tentazione dello sterile giudizio storico-religioso, ma nello stesso tempo a non accettarne le derive di ieri di oggi (come stiamo vedendo).
Sono illuminanti le Parole di Gesù sulla croce pronunciate negli ultimi istanti della sua vita umana. È bene che le facciamo nostre, pronunciandole con la pace nel cuore:” Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Aggiungo io….”ancora oggi”!
Con questo scritto non ho voluto mettere minimante in dubbio l’esigenza e la fecondità del dialogo interreligioso, anche in una prospettiva di fraternità ma secondo lo spirito dell’Enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco (3 ottobre 2020). Fecondità che però si fa concreta solo se vi sono dei presupposti: il primo fra tutti confrontarsi nella diversità in spirito di verità, liberi dalla torbidezza della malizia del cuore e delle mente.
