Non credo che ci sia famiglia in cui, in un certo momento storico, i membri non si siano trovati a doversi occupare di suoi membri più fragili per vari motivi, che vanno dall’anzianità alla malattia: genitori anziani, mariti o mogli ammalati gravemente, figli affetti da patologie croniche ed invalidanti.
I racconti di coloro che senza volerlo devono agire un care-giving lo descrivono come pesantissimo, se non addirittura insostenibile, nonostante il legame affettivo tra quelli, che a buon diritto possiamo definire un “soggetto fragile” e la persona che se ne prende cura, in retrospettiva era forte e stabile.
È importante però distinguere le dinamiche psicologico-relazionali tra l’accudente e l’accudito distinguendo, se si tratta di un figlio e un genitore (madre o padre) o di un coniuge che si prende cura di un partner invalido e necessitante di cure continue e faticose.
Ci sono situazioni di una pesantezza tale che talvolta non è sufficiente l’esistenza di un legame affettivo per avere la forza di affrontarne il peso. Nelle narrazioni raccolte, il dato comune è quello della stanchezza, dell’esasperazione e tutta una serie di emozioni forti che vanno dal dolore, alla frustrazione, all’impotenza e alla rabbia.
Il prendersi cura in una famiglia è diverso dal prendersi cura in una struttura sanitaria (anche se ci sono elementi accomunano le due situazioni), dove si esprime una mission di un elevato profilo etico-umanitario. Pur non essendo richiesto, in questo contesto, un legame affettivo tra personale sanitario e pazienti, è tuttavia indispensabile una professionalità centrata sul malato e sulle sue cure. Tuttavia, nelle cure efficaci, franca la preparazione professionale, un elemento di non secondaria importanza, è la sensibilità degli operatori di fronte alla sofferenza umana. Tra questi fattori psicologici emergono in particolare modo: l’educazione e la pazienza.
Nelle situazioni di accudimento nelle famiglie ai due elementi ultimi citati si devono aggiungere le ragioni di ordine affettivo. Pensare che le ragioni dell’amore giochino sempre come facilitatori della buona relazione nell’emergenza sanitaria domestica, è una semplificazione che non tiene conto di dinamiche pregresse complicate, ad esempio, da conti in sospeso.
Quando sussistono zone d’ombra o nodi irrisolti, il prendersi cura o accudire non si origina da moti del cuore, bensì da un senso del dovere frutto di sensi di colpa che appesantiscono ulteriormente. Il gesto d’amore, perciò, vira tristemente verso un compito vissuto come servile e non gradito.
Quando ciò accade vengono meno, in primo luogo la pazienza, in secondo luogo il rispetto e l’educazione. In questo clima di rapporto deteriorato è forte la tentazione di raggiungere l’obiettivo della gestione della persona attraverso atti autoritari che fanno scivolare verso un rapporto di potere, in cui la persona fragile oltre dover affrontare la malattia deve sostenere anche i sensi di colpa del fastidio che genera ai propri cari.
Il “fare”, così slegato dalle motivazioni nobili dell’affetto, nella migliore delle ipotesi, diventa un gesto freddo che seppur efficace, è mortificante e generatore di un forte senso di solitudine e tristezza.
Dove appare il dominio, l’elemento equilibratore non è il cambiamento in ordine alla riconoscenza per il bene ricevuto, con tutti tentativi di facilitare il gesto dell’accudente, ma è la capacità del soggetto fragile di essere obbediente per ottenere dei benefici.
Per onore di verità, non posso esimermi dallo spendere anche una parola sul comportamento della persona che necessita di cure che, se slegato dalla riconoscenza, trasforma la sua difficoltà in uno strumento di potere sull’intera famiglia.
Anche questo può configurarsi come atto di dominio che, da una parte acuisce la sofferenza nel veder soffrire la persona che si ama, dall’altra appesantisce a dismisura il gesto accudente ingenerando una non voluta impazienza e conseguente senso di colpa.
Che fare? A mio avviso è indispensabile riflettere sul mistero della sofferenza e del dolore con cui tutti prima o poi dovremo fare i conti. Solo una rilettura di questo destino legato alla imperfezione dell’uomo che rimane sempre una creatura fragile, potrà portare ad una trasformazione radicale, in meglio, delle relazioni umane: familiari ed extrafamiliari.
A fronte di questo limite, con cui tutti faremo i conti, lo sguardo deve passare da una visione di cura “servile” ad un accudimento ispirato ai principi fondanti la “diaconia domestica” in cui ciò che conta è il cingersi il grembiule per sovvenire le necessità di un “fratello” in difficoltà che solo incidentalmente è un nostro familiare.
L’accostamento ai principi evangelici del rendersi cura delle persone fragili, come auspicato e sottolineato da Papa Leone XIV, traslati nella famiglia onora la sua visione quale Chiesa Domestica, illuminando e nobilitando ogni gesto di cura liberandolo da gesti inutili se non addirittura scandalosi rispetto alle attese di chi crede nel Vangelo dell’amore, e poi lo disattende.
Per concludere sono convinto che le difficoltà che intervengono in una famiglia a causa di problematiche di salute non sono solo un inciampo esistenziale di variabile rilevanza, ma anche una grande opportunità di risanamento morale, affettivo e riparatore di una serie relazioni divenute tossiche nel tempo.
Se è vero, come credo che lo sia, che sono i molti nodi irrisolti pregressi, i maggiori responsabili di epiloghi deteriori di fronte all’intervenuta emergenza domestica, non rimane che sottolineare che la vera malattia è quella dello spirito inacidito dal rancore e dalla rivalsa che coinvolge tutti gli attori.
Alla fine è il perdonare e il perdonarsi che costituisce la terapia olistica capace di stravolgere lo scenario conducendolo alla vera riconciliazione che guarisce tutti!
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