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ALL’INFUORI DI DIO NON C’E’ CONTENTEZZA

DiDiac. Ermes Luparia

Apr 2, 2014

“All’infuori di Dio, non c’è contentezza da nessuna parte” Sr. Faustina Kowalska, Diario §42

 

Quanto cerchiamo la felicità, noi poveri esseri umani!

Quanto ci affanniamo per trovare gioia e soddisfazione nelle cose!

Una bella borsetta, una potente macchina decapottabile, una casa elegante, un costoso gioiello …

Ma non sappiamo che ogni cosa è destinata a finire? Può essere che siamo tanto stolti da far dipendere la nostra felicità, il nostro benessere da una cosa?

Ebbene sì, questo è ciò su cui poniamo la nostra speranza, per cui lavoriamo in modo indefesso perdendo di vista la famiglia mentre crediamo di servirla, por cui spendiamo le nostre risorse intellettuali e fisiche.

Signore mio che grande e profonda cecità …! Quale sconsideratezza …!

 

C’è però un modo per trovare la felicità su questa Terra: mettiamo al bando il pessimismo esistenziale e apriamoci all’amore! O all’Amore?

 

Ognuno di noi ha bisogno di sentirsi amato, di godere dell’essere fatto oggetto di attenzione da parte degli altri. Quindi fermiamoci un momento a riflettere su questo.

In famiglia, nucleo base della società, esiste di solito il sentimento di affetto fatto di interesse, sostegno, ascolto, comprensione, perdono, donazione e tanto altro. Tutto questo in un movimento di reciprocità che forma un circolo d’amore a volte paterno o materno, a volte filiale o fraterno. E’ ciò che trasforma un edificio fatto di mattoni, in un edificio fatto d’amore reciproco gratuito che aleggia dentro le pareti domestiche e ci porta a considerare la nostra casa un rifugio.

Sono dunque i mattoni della costruzione o l’amore che regna al suo interno che ci fa desiderare di tornare presto a casa?

 

Bene, la società è fatta di innumerevoli componenti di questo tipo di tantissime famiglie che vivono a contatto tra loro nell’ambito della scuola, del lavoro, dello sport, del mondo della cultura, delle comunità, del volontariato, di tutti gli ambiti che ci possono venire in mente.

Vediamo ora che succede se guardiamo dal buco della chiave per osservare come ci muoviamo fuori dalla famiglia.

Sbirciamo per esempio dentro una qualsiasi scuola. I suoi abitanti sono insegnanti, bidelli e alunni. Tre tipologie di persone molto differenti tra loro che devono convivere per 5-6 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana. E’ una buona parte della loro giornata.

Se osserviamo gli insegnanti, troviamo anche al loro interno diverse tipologie di persone: giovani/anziani, molto colti/poco colti, seri/poco seri, eleganti/dimessi, esuberanti/timidi, bellicosi/pacifici, ricchi/poveri, e così via. Come possono convivere pacificamente uomini e donne tanto diversi tra loro per tante ore al giorno? Molto li aiuta la buona educazione della maggioranza, molto lo fa la necessità di guadagno, molto il senso di responsabilità e il rispetto per l’istituzione-scuola. Ma entrando nella “sala professori” talvolta si nota che ciascuno sta per conto proprio in silenzio, nel migliore dei casi; a volte infatti il silenzio è accompagnato da sguardi che tradiscono insofferenza, antipatia, incomprensione, competizione e altri sentimenti negativi che impregnano le pareti di quella sala e che la rendono fredda e inospitale.

Nella categoria di bidelli e degli alunni possiamo osservare gli stessi contrasti di tipologie di persone che spesso fanno fatica a condividere tanta parte della loro giornata e quindi della loro vita.

Questa riflessione si potrebbe trasferire a altre categorie di gruppi sociali, i più vari.

In ciascun gruppo si riscontra spesso la stessa identica difficoltà nel vivere insieme. Ecco perché il malessere psicologico e la depressione sono diventati tanto frequenti e debilitanti. Con la depressione sul nostro volto si dipinge la tristezza. Niente ci dà più gioia. Diventiamo cupi. Perdiamo la speranza. E’ come se fossimo avvolti in una sfera di caligine che ci porta a chiuderci nel nostro dolore e nella conseguente tristezza. La caligine che ci avvolge è percepita anche da chi ci avvicina che presto ci evita per non esserne anche lui avviluppato. Scappa da noi proprio quando ne avremmo più bisogno. Siamo soli a vivere la nostra giornata e siamo tristi.

C’è chi invece reagisce con la corsa al potere, sia esso piccolo o grande. In ogni gruppo umano c’è chi lo cerca, prevaricando gli altri. Qui ogni azione trova giustificazione in una amoralità egocentrica che porta a calpestare l’altro senza esclusione di colpi. Ma è una lotta senza fine. La sete di potere non si placa mai. L’insoddisfazione costante domina quindi la giornata dell’uomo che soffre di questo “mal di potere” che non gli basta mai …e per questo è triste.

Che dire poi delle vittime di questi esseri umani disumani? Sentendosi incapaci di lottare contro di loro, sentendosi prevaricati, offesi e schiacciati, vivono la loro giornata con triste rassegnazione o col rancore.

E’ solo uno spaccato molto limitato della società, utile però per capire che l’uomo, che non è fatto a compartimenti stagno. Egli porta a casa la sua peculiare tristezza, inquinando così i rapporti interfamiliari che ne soffrono, generando spesso malessere nella coppia, che sempre più spesso “scoppia”, e nei figli che a volte si rifugiano nella droga e nel disordine.

 

I sentimenti contrari all’aggregazione sono quindi la causa di tanto malessere e di tanta tristezza.

Non è una visione apocalittica. E’, purtroppo, una realtà molto frequente in cui il dio ego ha preso il posto di Dio.

Grazie al Signore buono, non tutti sono così tristi.

In ogni gruppo sociale troviamo qualcuno  felice. Felice di cosa?

E’ preposto a qualche comando? Lo esplica rispettando, aiutando, ascoltando gli altri soggetti ai suoi ordini.

E’ un sottoposto? Porta avanti il suo lavoro con impegno e serietà, soddisfatto semplicemente di svolgere bene il suo compito.

E’ un lavoratore autonomo? Lavora seriamente e onestamente ed è contento di quanto riesce a fare per servire bene i clienti.

Tutte queste persone sono capaci di uscire da sé stesse per proiettarsi verso il loro “tu”, verso l’altro. E questo è ciò che rende serena la loro giornata lavorativa e di relazione, che li porta a sorridere spesso, che li accompagna al rientro a casa e dalla loro famiglia la quale gode e fa sua la gioia del papà, della mamma che finalmente sono rientrati. Essi portano a casa la gioia, non una nuvola di caligine, ma un luminoso sorriso, un caldo abbraccio, l’interesse per la giornata degli altri componenti della famiglia. E’ qualcosa che anziché portare malessere a chi li avvicina, al contrario trasmette un benessere che dà forza, che crea comunione.

 

Perché tanta differenza? Perché la tristezza da una parte e la gioia dall’altra?

Forse perché i primi non sono capaci di amare se non sé stessi, mentre i secondi hanno scoperto che amare, darsi agli altri è bello e li fa sentire bene e felici. Hanno scacciato dal loro cuore il molesto ego per fare posto a Dio. Così facendo si sono resi tramite dell’amore del Signore per chi li avvicina. Trasmettono gioia. Contagiano amore. “Contagiano” Dio che è Amore.

Ecco che diventano un polo di attrazione per gli altri creando, gioia e serenità. In mezzo a loro e dentro di loro c’è Dio Amore.

Provano la vera contentezza che viene solo dalla presenza del Signore nostro Dio nella nostra vita, Che ci guida e ci insegna, Che ci soccorre e ci abbraccia, Che ci perdona e ci consola quando sbagliamo. Il Signore , Misericordia e Provvidenza, solo Lui rende gioiosa e feconda d’amore la nostra giornata e la nostra vita.

 

                                                                                                Betti Tocco

                                                                                          Nettuno, 25.8.12

 

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.