AUGURI DI UN SANTO NATALE E UN SERENO ANNO NUOVO!
Era pressappoco il 1985. Da qualche anno mi ero immerso con passione e curiosità nel mondo della vita prenatale. La psicologia prenatale si era affacciata alle soglie della scienza da poco più di un decennio con il contributo geniale di uno psicologo austriaco G. H. Graber e dal suo successore, il caro amico e collega Sepp Schindler (anch’egli austriaco e docente di Psicologia Prenatale presso l’Università di Salisburgo). Nello stesso anno, durante il Congresso Mondiale di Psicologia Prenatale di San Diego (USA), fu sanzionata la mia appartenenza ufficiale a questo mondo scientifico. sembrava che tutto dovesse chiudersi in una crescita accademica in un mondo poco speculato, ma non avevo fatto i conti con quel Qualcuno che, dopo anni di ateismo scientista, si riaffacciava nella mia vita con una vicenda datata 1986.
Alla fine di una mia lezione presso la Sophia University of Rome, senza che fosse la razionalità a guidare il mio pensiero di punto in bianco dissi: “Siamo tornati indietro nella speculazione sulla vita dell’uomo fino a giungere addirittura alla vita gametica, ora non ci rimane che affrontare il problema di Dio”. Il sangue mi si gelò, e nell’uditorio, come me fortemente laico e composto in prevalenza da laureati, si fece un profondo silenzio. Nel 1987 fondai l’Antropologia Prenatale, e una nuova strada si stagliava davanti a me generata da una nuova visione dell’uomo purificata dalla superbia e dall’onnipotenza.
Mi resi conto, così, in un lampo della bellezza di essere “creatura” e, tutt’altro che mortificato fui pervaso da una indicibile gioia, come quella di uno scienziato che raggiunge la sua scoperta più importante dopo anni di sacrifici. Tuttavia, non potevo immaginare che la nuova coscienza sulla vita dovesse prendere un rivolo speciale di ordine più spirituale. Contemplando la Divina gestazione della Madre di Dio si è chiuso il cerchio della riconoscenza. Una creatura semplice apparentemente senza merito alcuno sarebbe stata destinata a custodire nel suo grembo il Figlio di Dio. Dal momento in cui le venne annunciato che l’ombra dell’Altissimo avrebbe ricoperta per aprirla al mistero della vita senza altro intervento che quello del Suo Santo
Da quel momento in poi la natura avrebbe fatto il suo corso come in tutte le donne in dolce attesa. Le mie approfondite conoscenze sul mondo prenatale avrebbero concorso con molta umiltà a dare un senso umano in grado di far comprendere ai credenti la grandezza di Maria. Per diventare paradigma di una fecondità molto più ampia: quella dell’anima.
Anche il vissuto del mio Natale, purificato da narrazioni favolistiche, si sarebbe illuminato di luce nuova, uno scenario del cuore di fatti semplici e comuni: le doglie del parto, la nascita, il vagire di una nuova creatura che veniva al mondo come tutti gli altri bimbi e accolto dalle braccia amorevoli di una madre e un padre certamente pervasi di una grande emozione. Di una tale immagine unica nel suo genere che rimane a noi? Che ne abbiamo fatto ieri? Che ne facciamo oggi?
La scenografia del presepe sicuramente molto suggestiva aiuta certamente il tentativo di penetrare il mistero e il suo Messaggio per l’umanità del presente e del futuro. Tuttavia, e purtroppo, è più legata a uno spettacolo suggestivo che scalda il cuore nel senso delle emozioni, ma non contribuisce ad aprirsi ad una presenza (nascita) che si colloca nel cuore rinnovando la nostra vita speso immersa nel buio e talvolta nella disperazione.
Anche noi oggi siamo di fronte a questo mistero e ci troviamo ad un bivio, una biforcazione imbarazzante: o lo penetriamo in modo solo ed esclusivamente storico, oppure ci lasciamo avvolgere dalla sua penombra per potere accedere a tutti i lucernari della nostra anima. La seconda strada, proposta in questo brevissimo scritto di allestire il “presepe nell’anima”.
Chi porrebbe mobili nuovi nella propria casa senza prima averla spazzata a dovere? Colui il quale stiamo pensando di allocare dentro la nostra anima per fare memoria perenne della sua nascita, richiede certamente la stessa attenzione. A lui, a questo inane bambino, si dovranno grazie visibili ed invisibili che toglieranno le ombre dal cuore riempiendolo di luce.
Quindi Il bimbo che sta per arrivare è vero e vive in noi. Con il Suo vagito squasserà il silenzio di Dio che echeggia nell’universo trasformandolo nella espansa gioia cosmica di cui odiamo l’eco ancora oggi. Si, anche Dio, il Padre dell’Unigenito ha ascoltato il vagito di suo Figlio e si sarà certamente commosso al tenero ed inesperto abbraccio di quella giovane donna che, con fiducia indicibile, Gli offrì il suo grembo. Il grembo virginale di Maria è suo appannaggio solo per la grandiosità carnale del Concepito. Non lo è il messaggio però che ella ci lascia: “Se amate mio Figlio sarete suoi fratelli ed io vostra Madre per sempre, fino al Suo ritorno! Non abbiate paura e fidatevi di me!”.
La fecondità dello Spirito che ci ha lasciato l’acqua del lontano Battesimo e poi quella dell’assunzione di responsabilità della nostra fede adulta, mi inducono a credere che quel grembo spirituale è ripetibile quante volte siamo disponibili ad accogliere dentro di noi il Re dei Re, o nell’Eucarestia o nel languido momento della preghiera dialogata, sublime momento di intimità con Lui.
Non c’è gesto di umiltà che non nasca dalla consapevolezza della nostra fragilità umana. Fragilità non significa mancanza di forza, ma senso concreto della finitezza, della piccolezza di fronte al Dio Unico e grande da cui proveniamo e a cui ritorneremo. Umiltà significa canto di amore per Lui che ci ama oltre ogni limite pensabile, quello cosmico e quello nostro.
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