• Mar. Ott 20th, 2020

EDUCARE AL RISPARMIO SOLIDALE

DiDiac. Ermes Luparia

Mag 4, 2014

Diac. Marco Ermes Luparia 

“Abbiamo cinque pani e due pesci per una folla affamata” (Mt 14,217)

Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qua». E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.]Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Premessa

Gesù aveva ricevuto una  dolorosissima notizia: la decapitazione di Giovanni il Battista. Potete immaginare quale sia stato il suo stato d’animo. Egli aveva ricevuto da lui il battesimo nel Giordano confermando la levatura profetica di colui che grida nel deserto “Convertitevi e  credete al vangelo”.

La chiamata alla conversione di Giovanni suona come una accusa agli orecchi dei sordi del suo tempo che non sono i sordi di oggi, Non sono coloro che non credono, ma coloro i quali credono a partire dall’illusione dell’esser perfetti gli occhi di Dio e degli uomini. Sono proprio loro che nutrono il più bieco rancore in colui il quale , riconosciuto da tutti Profeta credibile, scuote le loro coscienza invitandoli con forza ad abbandonare la via perversa del peccato, via di morte e di perdizione, per prendere quella della luce e della salvezza ormai imminente.

Per questo motivo di personale dolore egli si avvia in un luogo dove manifesta chiaramente la volontà di stare solo in disparte con se stesso e certamente per raccogliersi in dialogo con il Padre suo che è neo cieli e che nella sua onniscienza sapeva che anche questo sarebbe dovuto accadere. La profezia su Giovanni è una profezia che viene cantata dal Zaccaria nel momento in cui egli accogliendo Giovanni bimbo per essere presentato al Signore  ne canta le lodi intravedendo con gli occhi dello spirito il mandato a cui era chiamato Giovanni.

La situazione

Nonostante fosse chiaro il suo  desiderio una folla enorme lo segue e si pone al suo ascolto. Ormai egli era un maestro ascoltato ed erano tanti a pendere dalle sue labbra. Ed anche in quel caso molti lo vollero incontrare per ascoltarlo ed anche per ricevere la grazia della guarigione o della liberazione dal demonio, addirittura precedendolo sul luogo da lui prescelto per il personale raccoglimento. Le guarigioni  avvennero regolarmente e anche in quel giorno di crepuscolo del Signore facendo sorprendere tutti dal “far della sera”. Mentre i discepoli pensano al congedo Gesù pensa a mantenere la comunione dei quella piccola Chiesa raccolta, per dare segno visibile che l’Onnipotente non abbandona nessuno, meno che mai coloro che mostrano una così grande fede in lui. Ed ecco il prodigioso evento della straordinaria moltiplicazione dei pani e  dei pesci.

Chissà se saranno stati veramente cinque pani e due pesci! E’ curioso che la somma delle due vivande equivale a sette e sette dagli esegeti biblici equivale ad un numero significativo. Dal considerevolmente grande se ripetuto più volte, al forse “molto piccolo” se visto al singolare.

Fatto sta che erano veramente pochi e quanto meno avrebbe costretto la folla a congedarsi da Gesù e a sciogliere questa estemporanea assemblea. Non è dato sapere se la gente convenuta fosse venuta a conoscenza del prodigio, ma i discepoli certamente sì. Se così fosse l’evento era un evento privata per quanto attiene agli aspetti teofanici, mentre era un segno di grande bontà del maestro che aveva pensato a tutto per ciò che riguardava la folla. A Cana solo i servi ed il maestro di tavola erano a conoscenza del miracolo e nessun altro. Vuol dire che Gesù voleva dare un segnale forte ai suoi discepoli un segnale che venne subito dopo quando Pietro lo vide camminare sulle acque per raggiungerli dopo avere congedato la folla: una sorta di: “Ite missa est”.

Il valore delle briciole

Il pane è fatto di molliche e l’insieme di molte molliche fanno il boccone ed il boccone sazia e lenisce i morsi della fame. Tutti abbiamo provato il buon sapore del pane, ne abbiamo assaporato la fragranza appena uscito dal forno e come il suo profumo si spanda anche all’esterno dando veramente il senso del buono. Del valore delle molliche ci si accorge solo quando si sente la fame. S guardiamo nella nostra storia passata o per vicende personalmente vissute o per i racconti dei nostri nonni forse un legame seppur esile con l’importanza dello sfamarsi ancora ha un minimo di risonanza. Ma per la maggiore parte di noi oggi si tratta di un eco lontano come un album di famiglia dalle foto sbiadite.

Ma se andiamo a riflettere sovviene anche che le poche cose ammannite sulla tavola avevano il miracoloso potere di raccogliere tutti, proprio tutti. Non era il cibo e la sua qualità a richiamare alla comunione ma le persone stesse con la loro autorità, con la loro autorevolezza. Quando si torna ai tempi passati ed allo stile di vita famigliare non si può fare a meno di fare riferimento ad una più o meno rigida gerarchia, ed è verissimo. Oltre all’immagine del pater familias vi era anche quella della mater familias, due immagini e due ruoli portanti non vi è l’uno se non vi è l’altra.

In una famiglia la disgrazia più grave che potesse accadere era la perdita del lavoro, la perdita del sostentamento per la famiglia. Nel tempo passato si perdevano i figli, di malattia di guerra ed ogni prova era sostenuta  (ne ho testimonianza diretta), ma non il lavoro ed il pane. Guai a sprecare, guai a disprezzare! Le molliche della tavola come avanzo veniva gelosamente custodito per essere pane di un’altra occasione

Le briciole  di oggi

Questo discorso, che potrebbe apparire come retorica dei tempi passati è drammaticamente attuale per centinaia di milioni di persone nel mondo e sta facendo la sua fosca apparizione anche alla nostra porta. Siamo solo nell’anticamera dell’emergenza, non abbiamo ancora la chiarezza della situazione, siamo abituati a vederla da lontano attraverso reportage a cui si può credere o non credere. Purtroppo è tutto vero, anzi addirittura sottostimato. Il rapporto tra ricchezza mondiale e povertà mette in luce come un pianeta intero sia diviso in due aree in cui due terzi vive, nella migliore delle ipotesi,  delle molliche di un terzo. L’età media è bassissima soprattutto per denutrizione e conseguenti malattie, il resto lo fanno le guerre ed il cinismo del mondo occidentale pronto come un avvoltoio d avventarsi sulle ricchezze di questi paesi. Su popoli interi cadono le molliche della mensa dei ricchi talvolta molliche sporche del sangue del crimine e dell’illecito, come osserviamo anche nelle zone più degradate del sud del nostro paese.

Da che il mondo è mondo, così come il caldo si sposta verso il freddo anche la povertà viene attratta dalla ricchezza. Laddove anche le briciole mancano migliaia di persone si muovono con  la mira dello stare meglio. Ecco allora innescarsi migrazioni da esodi biblici verso aree del mondo  dove c’è la possibilità di lavoro e quindi anche del pane, e con il pane la possibilità di sopravvivere. Il povero non si scandalizza di raccogliere le briciole del ricco, purchè vi siano.

E noi in quale situazione siamo? Siamo in quella situazione in cui non provando ancora la tragica disperazione di chi non ha nulla non riusciamo a dare senso al nostro vivere di oggi. Godiamo ancora di un eco di benessere che è ormai alle porte e non sono io a dirlo. Un eco che richiede una pronta virata valoriale che non riguardo solo il rapporto con i beni materiali ma con la vita stessa ed il suo significato profondo. Oggi la perdita del lavoro assume toni tragici per centinaia di migliaia di famiglie, lo dicono le statistiche apparse pubblicamente nei telegiornali. La l’adolescenziale stoltezza di questa epoca preferisce non ascoltare “i grilli parlanti” negando o sopprimendo l’angoscia delle coscienze. Le molliche stanno apparendo e cominciano a dare valore alle monetine, ma tutto ciò è sufficiente?

Le briciole del pane e le briciole della giustizia

L’umanità occidentale ha subito una grande mutazione. Siamo passati dall’Homo Sapiens Sapiens all’ Homo Oeconomicus. Il mondo moderno ha visto nell’evoluzione dell’economia un passaggio epocale lo sappiamo dai libri di storia, ma non si poteva prevedere che fosse solo il denaro a muovere le leve della vita. L’ideologia neocapitalista e neo liberista interpreta rapporti e relazioni prevalentemente in chiame economicista. Il principio secondo il quale è il benessere a dare la felicità ha istillato nella mentalità moderna che più benessere da la possibilità di essere più felici. La corsa al denaro, al potere ed al successo viene vista come il massimo delle ambizioni, altro che briciole! E quale è la moneta da pagare al dio Denaro per raggiungere la soglia del suo Olimpo? La risposta è semplice vendere la propria coscienza, oscurare i valori umani e lasciare spazio ai muscoli nell’arena della vita: e vinca il migliore! La giustizia ed i suoi principi, il grande bene dell’uomo, la sua grande conquista viene sottomessa agli interessi economici, personali o statuali. Non si basa sulla verità comoda o scomoda che sia, ma sulla maculata alternanza di verità parziali costellate da grandi e riprovevoli menzogne.

Povero chi incappa in un braccio di ferro con un potente, sia un uomo o sia lo stesso stato fattosi veicolo di iniquità. Non c’è scampo. Dove la giustizia fa acqua emerge allora il rancore e l’odio. La rivalsa prendendo pieghe di rivendicazione al limite del crimine. Dove non c’è pane e dove anche la giustizia è fatta di briciole lì impererà presto o tardi la tirannia. Il resto, fa parte dei corsi e ricorsi storici che tutti noi ben conosciamo.

Le briciole del pane e le briciole dell’amore

Il bambino lo sa bene: il pane, il cibo e l’amore si equivalgono fra loro come il segno tangibile e la sua efficacia. Prima il latte, esperienza di relazione profonda, di benessere e di sicurezza, poi il pranzo e la buona merenda magari da dividere con gli amichetti. Ancora ricordo con quanto  orgoglio annunciavo ai miei amici che la mia mamma stava preparando la merenda per tutti. Sui ero orgoglioso della mia casa e della mia famiglia tanto ospitale. Talvolta a quella merenda accedevano con rossore amici che non ne potevano avere. Questa evenienza mi riempiva di commozione poiché sapevo che il bene che volevo si faceva più tangibile ed era bello vedere sorridere e mangiare con gusto.

Oggi che sono nonno, ed è passato mezzo secolo dai quei giorni, ne sono ancora più convinto di questa piena relazione tra il cibo e l’amore. E mi convinco ancor più che sprecare il cibo equivale a sprecare l’amore, disprezzare il cibo equivale a relativizzare l’importanza dell’amore.

Senza amore l’uomo si ammala e patisce, e perde il gusto della vita ed entra in una penosa solitudine. La parsimonia non vuole dire avarizia o ripiegamento sui beni propri, ma semplicemente dire che quello che vale deve essere usato senza sprechi con il gusto della sua ricchezza intrinseca e meglio ancora condiviso. L’amore allora è il bene supremo! Esso segue una logica paradossale: la briciola e l’intero pane si equivalgono. Non vi è differenza di valore, ma di sostanza: La briciola è per uno e l’intero pane  è per tutti. Essere attenti alle difficoltà di chi non ne ha equivale a dichiarare quanto sia grande il suo valore per noi. La sensibilità alla sofferenza ed al bisogno è uno  dei più grandi segni di civiltà. Ci sono popoli lontani che potrebbero vivere della nostra immondizia fatta in una parte cospicua di rifiuti alimentari frutto di sprechi. Già il risparmio è segno di avere colto il valore delle cose, ma il risparmio solidale dice molto di più dice che questo mondo è diventato ormai un  unico bastimento in cui equipaggio e passeggeri sono uniti da una sola sorte.

Il futuro è la comunione

Gesù non si disinteressa della gente che lo segue. Avrebbe potuto dedicare solo la sua attenzione ai discepoli, ma non lo fa anzi associa  i  suoi seguaci alla manifestazione della sua divina potenza d’amore.

Come non vedere in questo gesto il segno precursore dell’Eucaristia che verrà celebrata il Giovedì di passione:”… prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e…”.  Gesti semplici, potremmo dire domestici. Anche in casa si spezza il pane dividendolo, così come si dividono le vivande sulla mensa. Sia il racconto dell’Eucaristia che questo sono delle vere e proprie indicazioni non solo per i cristiani ma per tutta l’umanità. E sono due i pilastri: lo spezzare il pane e l’alzare gli occhi al cielo.

L’attuale crisi mondiale dell’economia ridimensiona l’onnipotenza dell‘uomo e gli ricorda la sua pochezza e la sua miopia. Coloro che si sentono così potenti da generare profezie a lungo tempo, hanno visto sgretolarsi i loro imperi. Ed anche le soluzioni prospettate risentono ancora di questo delirio economicista. Invece di puntare sull’uomo si continua a sragionare sui numeri alla ricerca di un segno rassicurante. Anche chi non si intende di economia sa che la logica infernale di un economicismo esasperato sta incaprettando centinaia di milioni di occidentali. Evidentemente la soluzione non sta lì, poiché non si è mai visto che “lasciando invariati i fattori il prodotto cambi!”

Gesù ci dice con i suoi semplici gesti pieni di amore e sollecitudine che solo la solidarietà (termine laico) e la comunione (termine spirituale) consentiranno di raggiungere un futuro più roseo. Ma sono necessari due passaggi, il primo ha bisogno dell’altro e viceversa. Il primo: “lo spezzare il pane”, significa essere solidali come se se il mondo fosse una sola famiglia da curare e proteggere e  non una mucca da prosciugare a proprio vantaggio. Il mercato globale è una rapina globale se non diventa anche solidale. Anche un cieco vedrebbe che ormai il mondo è assimilabile ad un immenso alveare dove la risonanza di un evento da una  parte del pianeta si ripercuote in tempo reale  dall’altra. E questo sia nel bene che nel male. Il secondo “alzare gli occhi al cielo”, ci dice che il bene più grande da dovere recuperare è l’umiltà, di fronte a Dio e  di fronte agli uomini. Le dittature che hanno una breve vita nel secoli passati (anche quelli recenti) l’avranno brevissima nei tempi moderni dove tutto si compone e si scompone in un batter d’occhio. Vediamo infine che cosa è oggi l’umiltà.

L’umiltà è il riconoscersi tutti creature con pari valore e pari dignità.  L’umiltà significa spezzare la complicità con il mondo in cui si afferma fallacemente che “più si ha e più si è”. L’umiltà porta al ben-essere che non è il benessere materiale ma una condizione di vita in cui emerge prima di tutto la persona. Non è un gioco di parole “ben-essere” significa essere un e per se stessi e per gli altri. Il benessere fisico, mentale e materiale riguarda la singola persona il ben-essere richiama il valore della relazione quindi il valore anche dell’altro. L’alzare gli occhi al cielo ci ricorda che anche il pane che spezziamo è sulla nostra tavola con il permesso di Dio che ci concede di fruirlo in letizia con la nostra famiglia.

Il Natale: opportunità di conversione

Quanti bocconi di pane e mangiati a viso baso, con malanimo ed indivisi rimangono strozzati in gola senza andare ne su ne giù? Il Natale diventa ancora una volta ci si presenta con opportunità di riflessione sul passato, sul presente e sul futuro. Saremo insieme alla famiglia oppure insieme ad altre famiglie. I nostri figli osserveranno come e cosa si preparerà. Il come diventa tanto importante quanto un qualunque gesto educativo. “Perché non abbiamo invitato zio e zia?”, “Perché non invitiamo quei cugini che stanno soli?”. Queste domande lecite e tutt’altro che peregrine, forse risuoneranno a casa di qualcuno conosciuto o sconosciuto e richiederanno una risposta, per così dire natalizia. Sarà difficile darla se non viene metabolizzata da una riflessione profonda sul nostro modo di gestire le relazioni famigliari, se non si va a guardare nella proprie ed altrui durezza di cuore. Il Natale è la festa del cuore di carne, che tutto cambia e tutto rinnova. In poche parole si parla di un Natale di conversione. Ogni Natale diventa luogo vivente di conversione. Dividere il pane nella pace e nella riconciliazione è quello che veramente conta, lascia un fondo di grande dolcezza.

Ecco allora che il “che cosa si divide” diventa il passo conseguente. Quando il cuore si raffredda lo si cerca di scaldare alzando il livello della qualità materiale nella vana illusione che la preziosità dei cibi possa sostituire una relazione infranta, un affetto incrinato. Non che non debbano esservi e segni della festa, ma è lecito supporre che dove vi è esagerazione qualche cosa nel fondo non va. Fermarsi a pensare di quanto la vita sia un passaggio in cui l’amore è ciò che più conta credo che onori la venuta di questo Bimbo che diventa  carne nel modo più umile, facendo risuonare il suo vagito nell’universo intero.

 Inoltre il messaggio di semplicità (non di miseria) è sempre vincente, ha sempre una buona prospettiva educativa, mette i giovani di fronte ad uno stile famigliare dove in primo luogo si offre se stessi. Poi le vivande. Solo così anche la più semplice delle portate assume un sapore buono, come il pane appena fatto con cui abbiamo iniziato. Il sorriso,  che come tutti sanno non costa nulla diventa l’ingrediente domestico per rendere felice e duraturo il messaggio di Pace che il Salvatore ha portato nel mondo. Egli ci chiede di fare da cassa di risonanza, di ripeter quel gesto profetico dello sfamare tanta gente a partire dal poco. Quel gesto a noi non è possibile, ma “aggiungere un posto tavola perché c’è un amico in più!” è senz’altro alla nostra portata. 

 

 

 

 

 

 

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.