“FATTI NON FOSTE PER VIVER COME BRUTI…

da | Feb 26, 2026 | BLOG, BLOG ARCHIVIO

“FATTI NON FOSTE PER VIVER COME BRUTI…

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….ma per seguir virtute e conoscenza”. Siamo nella Divina Commedia al Canto XXVI dell’Inferno al v.119. Otto secoli orsono l’almo poeta così stigmatizzò quanto evidentemente era davanti ai propri occhi. Evidentemente il comportamento violento e barbaro dei suoi contemporanei, non essendo egli uomo d’armi, dovette smuovere in lui sentimenti di orrore e di condanna tramutatisi in una esortazione divenuta immortale. Infatti, essa è valida più che mai ancora oggi e non in una espressione letteraria, bensì nell’Inferno reale del nostro tempo.

Il thanatos (pulsione di morte) dell’essere umano, sempre esistito fin dalla creazione dell’uomo e di cui il genere umano non si potrà mai liberare, ha preso una deriva di ferocia e di brutalità che non ha alcuna spiegazione psicologica se non quella del bisogno di generare la più atroce sofferenza a quello che viene eletto come nemico. Il nemico in quanto presunta fonte di pericolo (in senso lato), prima di essere eliminato (epilogo finale del confronto) deve soffrire e il torturatore deve godere del suo dolore.

In questa barbara involuzione siamo arrivati ai giorni nostri. Rispetto ai tempi di Dante le cose cambiate riguardano solo l’aspetto tecnologico dei mezzi di offesa e di tortura introdotti, nonché, della finezza dei meccanismi di difesa psicologici mirati a lavare la coscienza della responsabilità del male fatto.

Questa involuzione, di fatto, ha quasi un secolo ed è cominciata con il Primo Conflitto Mondiale. La conta dei morti è solo la naturale conseguenza della letalità di mezzi bellici e dice solo della logica di una guerra che può essere vinta solo con l’eliminazione dei nemici. Tuttavia, nella guerra di trincea ancora rimaneva un barlume di spirito cameratesco anche fra i nemici.

Le cose sono diventate diverse negli anni a venire. Ometto le guerre locali di espansione coloniale che fanno storia a sé e mi focalizzo sul Secondo Conflitto Mondiale e negli anni a seguire.

Il livello di distruzione è stato senza pari. Città rase al suolo e milioni di morti civili ci dice che, nella logica dei conflitti, era cambiato il paradigma del prevalere. La conquista, che da sempre coincideva con la soppressione del nemico, diventava seconda a tutto un contesto bellico che coinvolgeva civili innocenti la cui vita non aveva più alcun valore. L’appartenenza ad un popolo o a una nazione ostile li configurava “de facto” quali nemici da eliminare, Non importava più l’età e il sesso. Una brutalità che vedeva il rapporto di decine di migliaia di civili inermi per un soldato nemico morto. Questa era la cinica conta.

L’Europa in cinque anni di guerra è stata rasa al suolo nelle operazioni di grande caratura inserite, così si diceva, in una strategia di guerra inevitabile, ma soprattutto nel cuore della gente in virtù di una ferocia e brutalità (talvolta gratuita) come documentato nei fatti locali dove gente in divisa si è accanita su gente inerme senza un fine se non quello di terrorizzare e godere della sofferenza di qualcuno.

Alla luce di quanto sopra, va detto con chiarezza che la parola guerra oggi è usata in maniera impropria e porta inevitabilmente e ideologicamente a schieramenti in chi osserva.

La parola guerra identifica un conflitto in cui due eserciti si combattono utilizzando armi e strategie. Ambedue gli schieramenti sono identificati da uniformi e si combattono (o dovrebbero combattersi) anche nel rispetto delle leggi internazionali che regolano anche le operazioni belliche (ad esempio la Convenzione di Ginevra) in cui appariva allora, ma più che mai oggi la voce di “crimine di guerra”. Per capirci meglio il conflitto Russia Ucraina può esser considerato una vera e propria guerra. Due eserciti si confrontano con le armi cercando di prevalere l’uno sull’altro. Tuttavia, come vediamo anche all’interno di questa classica guerra vi sono decine e decine di episodi che rientrano in quel concetto di brutalità che non ha minimamente a che fare con la logica del conflitto. Lo sfogo brutale verso gli inermi è imperdonabile e caratterizza animi torbidi e abbrutiti che disonorano anche le loro divise a partire dai comandanti che favoriscono questo modo brutale e terroristico di agire.

Al contrario, per quanto sta avvenendo anche in Medio Oriente non si può parlare di guerra. Nello scontro tra Israele e Hamas-Palestina ha le caratteristiche di conflitto bellico solo il 7 ottobre in cui inequivocabilmente l’attacco di Hamas è stato di tipo militare e con le caratteristiche brutali del terrorismo. L’accanimento sui civili in nessun caso   ha giustificazioni. Ma ciò che è avvenuto dopo ha perso la connotazione di una guerra data la disparità dei mezzi militari e la presenza esigua di scontri. Gli attacchi sono stati principalmente unilaterali e mirati, secondo le dichiarazioni dell’IDF.

Le azioni di terra e dal cielo abbattutesi nel bel mezzo della popolazione civile sta assumendo, a detta di tutti gli osservatori, la caratteristica di una vendetta, al netto dei veri obiettivi espansionistici difficilmente mimetizzabili.

Non mi soffermo sulla descrizione della brutalità dei soldati israeliani e dei coloni perché sono le cronache quotidiane a documentare atti il cui scopo sembra essere terrorizzare i civili più che colpire Hamas.

Per concludere, fino ad un certo momento storico la brutalità è stata considerata come la logica conseguenza di un conflitto per sua natura cruento, oggi possiamo dire che è diventata una vera e propria arma di offesa, la peggiore in mano all’uomo moderno. La brutalità è alla stessa stregua della bomba ai neutroni (Bomba N)  che uccide gli esseri viventi e lascia intatte le strutture. Viene usata indiscriminatamente da tutti, nessuno escluso, anche fuori di contesti bellici. Più che mai oggi dove non vi è più certezza nel Diritto Internazionale. Che ne è allora dell’invito secolare di Dante Alighieri? Solo una pia esortazione rivolta ad intere generazioni sempre più barbare ed incivili? Sembra proprio così!

Come ho detto all’inizio il thanatos è insito nell’uomo, e proviene quindi dalla sua natura. La brutalità e il gusto di vedere soffrire, invece, non nascono dall’uomo e non ha altro scopo. Essa costituisce la componente demoniaca e del male di questo tempo. Il Cristo che ha patito su di sé quella gratuita brutalità di cui stiamo palando è il paradigma della conversione a cui siamo chiamati anche noi che stiamo vivendo questo tempo, bello per certi versi, ma molto inquietante per altri. Intanto, senza arrivare ai massimi sistemi, cominciamo con il prendere atto delle nostre piccole, inutili e brutali azioni quotidiane, in famiglia e fuori la famiglia. Già il mettere mano a questo cantiere mi sembra un bell’obbiettivo!

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