Dopo l’approvazione della Knesset per l’annessione di Gaza e dell’intera Cisgiordania, credo che non ci siano più dubbi sulle reali intenzioni di Israele, fin dal 7 Ottobre 2023. La reazione sproporzionata di Israele all’attacco di Hamas ai Kibbutz, che ha provocato l’inconfutabile eccidio di milleduecento persone (civili e miliari), sta dando forma concreta a quelle ombre interpretative che portano a concludere che l’attacco sia stato, se non provocato, ma consentito dagli apparati di sicurezza israeliani per la creazione del casus belli da cui avviare le operazioni volte a coronare il sogno sionista che è iniziato con la distruzione di Gaza fino a concludersi con l’occupazione militare e l’annessione della Cisgiordania. E’ verità che l’ostinazione di Hamas a non voler rilasciare tutti gli ostaggi (avrebbe dovuto farlo immediatamente o quasi al 7 ottobre) lungi da avere una funzione deterrente all’impeto militare israeliano, ha finito con il dare sponda al sogno sionista di Netanyahu e far perdere una parte dell’appoggio degli osservatori internazionali.
Tuttavia, allo stato delle cose ci sono degli aspetti sui cui vale la pena soffermarsi e che mi consentono di allargare questa mia riflessione.
Il primo aspetto deriva da quanto si legge su Milano Finanza del 4 luglio u.s. in un articolo di Giusy Iorlano con il titolo “Medio Oriente, frase choc di un ministro israeliano: «Tutta Gaza sarà ebraica, la stiamo cancellando»”.
Affermazione dell’ultranazionalista di estrema destra, Amihai Ben-Eliyahu ministro del Patrimonio di Gerusalemme, che ha finalmente confermato con chiarezza un progetto che viene molto da lontano, molto prima del 7 Ottobre. Israele doveva solo intessere attorno a porzioni di verità (come l’evento del 7 ottobre) altre pseudo-verità spesso fondate sulle menzogne, la colpevolizzazione storica di chi dissente per giungere a sentirsi abilitato alla ferocia e alle intenzioni genocidiarie riconosciute tali da decine di governi, tra cui manca purtroppo l’Italia allineata (ancora oggi) in maniera liquida con il principale paese connivente e complice delle mire iper-sioniste di Israele: gli USA.
Con il secondo punto desidero mettere la parola fine al ricatto di accusa di antisemitismo con cui si accusano tutti quelli che criticano Israele e difendono il diritto internazionale e le legittime aspirazioni di un popolo che sta subendo un feroce pogrom. Di fronte a questo scempio, la lecita domanda che mi pongo, è che cosa sia oggi il semitismo. Gli israeliani si possono considerare tout court semiti? L’appartenenza ad una religione indossando una kippah li può identificare come semiti? A quanto mi consta il Semitismo non è solo una appartenenza politica-culturale, ma una radice religiosa che include un impegno di fedeltà con Il Dio Creatore che per millenni ha difeso il suo popolo angariato, vessato. Che direbbe oggi il Dio dei Patriarchii di fronte alle infedeltà di coloro che si auto-definiscono semiti e che tradiscono l’eredità e gli impegni codificati dalla Torah?
Se gli Israeliani continueranno ad insistere su questo dato per poter accusare il mondo intero di antisemitismo, e legittimarsi le mire espansionistiche, in realtà offrono il destro a moltissimi che non vorrebbero confondere il dato religioso con il dato politico come la maggior parte dei cristiani, che finiscono con l’essere ingiustamente soggetti ad una accusa che fa inorridire tutti compreso chi scrive.
Ed ecco il terzo punto. Il progetto di “purificazione identitaria” della Palestina, nelle menti degli Israeliani (e non solo del governo Netanyahu) è molto chiaro. Dopo il bombardamento della Parrocchia di Gaza (in cui non si può non riconoscere la risposta alla dichiarazione di condanna congiunta del Patriarca Latino Pizzaballa e quello Ortodosso Teofilo III) e le incursioni in Cisgiordania in luoghi storicamente inclusi nella Storia della Terra Santa, non c’è dubbio che anche i cristiani stiano subendo vessazioni e siano sgraditi se non disprezzati come i mussulmani (vedasi l’attacco dei coloni alla cittadina di Taibeh). Sia chiaro che occupare la Cisgiordania e prendere possesso totale di Gerusalemme equivale a occupare il cuore pulsante della Terra Santa che è parte fondativa della fede di centinaia di milioni di Cristiani. A mio avviso nessuno può permettersi di mettere in dubbio o appropriarsi delle nostre radici a meno di spingere indietro nel tempo il mondo cristiano riportandolo a duemila anni fa in cui con la crocifissione di Cristo, giocoforza, si è divaricata la storia delle Salvezza e il rapporto con l’Antico Testamento. Nessun cristiano oggi vorrebbe questa regressione, ma purtroppo i fatti attuali stanno compromettendo i sentimenti di comprensione e di misericordia verso quelli che sono stati sempre considerati i nostri fratelli Ebrei dopo la tragedia delle Shoah. Non solo fratelli, ma “fratelli maggiori” (definizione oggi diventata quantomeno imbarazzante!), secondo una espressione di San Giovanni Paolo II nell’incontro nella Sinagoga di Roma il 13 Ottobre1986, sanando la denominazione di ”perfidi ebrei”, parole che la liturgia cattolica del Venerdì Santo affibbiava agli ebrei fino al 1960.
Mi chiedo: come affronterebbe oggi Giovanni Paolo II questa situazione in Medioriente? Chi conosce questo Santo Papa non avrebbe dubbi sulla veemenza che lo ha sempre contraddistinto in altre situazioni dove lo scandalo dell’ingiustizia, del sopruso e della violenza imperava (es. Nicaragua e mafia).
Per concludere, stante il pusillanime atteggiamento di tanti paesi conniventi o indifferenti, probabilmente Israele riuscirà nel suo intento, ma non credo che nel futuro potrà gioire (la storia lo insegna). Ogni palmo di terra conquistato e intriso di sangue innocente (come è stato per Erode), sarà testimone di un sacrilegio a cui il Dio Giusto di Abramo, Isacco e Giacobbe non potrà rimanere indifferente ancora a lungo.
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