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IL BULLISMO DEI GENITORI: COME LA PREPOTENZA SI TRASMETTE AI FIGLI

DiDiac. Ermes Luparia

Giu 10, 2018

Anna Maria Cebrelli (preso da www.greenme.it)

Bullismo: il primo a parlare di questo fenomeno è stato Dan Olweus, docente di psicologia all’università di Bergen in Norvegia (ne definì anche le tre caratteristiche fondanti: presenza di un’azione di prevaricazione, violenza, offesa, derisione; intenzionalità del comportamento; esposizione ripetuta nel tempo).Contro il bullismo dei giovanissimi, degli adolescenti molto si è iniziato a fare, anche nelle scuole, con interventi di informazione, sostegno allo sviluppo emozionale, sviluppo della collaborazione tra pari e via discorrendo.

C’è un tema però non molto affrontato, neppure dai media: ed è il ruolo dei genitori. Già perchè, naturalmente, bulli non si nasce ma, semmai, si diventa. In genere, facendo “tesoro” di quel che si vive a casa: il clima e lo stile educativo fanno la differenza. Per dirla brutalmente: genitori-bulli o genitori-chiocce facilitano, rispettivamente, la crescita di figli bulli e figli vittime dei bulli.

Genitori bulli? L’attributo potrebbe sorprendere. Ma le condizioni ci sono potenzialmente tutte: un divario di forze e potere (adulto/bambino); azioni che vengono considerate “educative” ma che si traducono in prevaricazione, espressione della propria posizione di forza, sottomissione autoritaria ai propri voleri.

Il bullismo dei genitori può essere diretto o indiretto. Nel primo caso si possono ritrovare tutti i comportamenti che hanno un’azione diretta sul fisico dei figli: picchiare, isolare, negare il cibo, costringere con la forza, far ricorso a punizioni corporali.

E poi c’è il bullismo emozionale, indiretto, volto a creare sottomissione nei figli, paura di una punizione che potrebbe arrivare, derisione per una difficoltà ma anche la critica continua, la trascuratezza perchè si è presi da mille altre cose, il mancato apprezzamento, uno stile manipolatorio e tutti i comportamenti passivo-aggressivi o impulsivi. Certo, se capita una volta non è un problema; lo diventa se si ripete.

Sul lato esattamente opposto, abbiamo gli iperprotettivi: i genitori chiocce. Il risultato del loro atteggiamento educativo è accertato: rendono i figli meno esperti nelle relazioni con gli altri, con meno autostima e più facilmente vittime del bullismo altrui.

I genitori fanno del loro meglio, amano i figli: a parte casi particolari, su questo non c’è dubbio. Il bullismo genitoriale quasi sempre infatti è solo la replica di un copione “educativo” e relazionale (errato) appreso nella propria famiglia, nell’infanzia: ecco perché è qualcosa che ai genitori pare la normalità. A volte, secondo l’americana Brisbane Ronit Baras, esperta di dinamiche familiari, è funzionale: “se una mamma o un papà in quel momento della sua vita ricopre il ruolo di “vittima”, perché magari sul lavoro è vessato, stressato, sotto pressione, nell’agire comportamenti di forza o nello sminuire i propri figli inconsciamente si riporta su una posizione di potere”.

Per queste diverse ragioni, rendersi conto del proprio “debole” stile educativo per i genitori spesso non è facile. Porsi il problema, prestare attenzione è il primo necessario passo: informarsi, guardarsi nel proprio agire provando ad uscire dalle proprie abitudini. Il successivo può essere confrontarsi con un esperto. L’obiettivo è imparare a stabilire regole e confini ma in modo cooperativo, senza punizioni o minacce, senza prevaricazioni; creando un ambiente comunicativo e relazionale davvero “caldo”, accogliente, supportivo.

Uno studio, durato cinque anni, ha dimostrato chiaramente che sostenere i figli verso l’autonomia, già a partire dai 4-5 anni, cambia completamente la prospettiva e il rischio sia di iniziare ad agire “comportamenti bulli”, che di entrare nel “mirino” dei compagni bulli, di diventare una vittima.

L’educazione familiare è importante anche per determinare come si reagisce davanti a scene di bullismo: una ricerca ha sottolineato come i bambini siano più propensi a intervenire, per bloccare l’azione o difendere chi subisce, se i genitori hanno trasmesso i valori della condivisione e della partecipazione; al contrario fanno finta di niente, guardano altrove se è stato insegnato loro che è meglio tenersene fuori, farsi gli affari propri.

Anna Maria Cebrelli

 

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.