IL BUON ODORE DELLA MERDA DI VACCA

da | Set 22, 2025 | BLOG ARCHIVIO

IL BUON ODORE DELLA MERDA DI VACCA

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“Ohhh, che bun udur ad’merda!”. E giù, con mio cugino, a ridere come matti. Questo era l’incipit della nostra giornata estiva di giochi in cascina, che rigorosamente iniziava nella stalla.

Due mucche dalle enormi mammelle piene di latte ci guardavano con   due occhioni che sembravano voler dire: “ma con tutto lo spazio fuori nel cortile devono proprio stare qui a impuzzonirsi”.

Non sapevano, questi miti animali, che la loro presenza era parte integrante del nostro stare insieme. Il loro muggito acuto, le rondini che tagliavano a volo radente la stalla in lungo e in largo lanciando acuti garriti, i gatti che mollemente ciondolavano di qua di là alla ricerca di non so che cosa, eccetto quando schizzavano fuori per sottrarsi alle nostre torture. Tutto il resto era fuori sull’aia: una enorme conigliera multipiano, le galline che razzolavano alacri e sonnolente picchiettando la terra. Ma non ci interessava nulla di ciò. Quello che volevamo era tutto nella stalla per una misteriosa e irresistibile attrazione! Un mondo incomprensibile per le persone cosiddette normali, meno che mai per due bambinetti di nove anni pieni di energia e di gaiezza.

A rinforzare quella perversa attrazione c’era una grande vasca in cemento sporco come non mai, all’angolo più remoto dell’aia il cui contenuto, impreziosito da un forcone piantato al centro come se fosse l’asta di una bandiera, faceva concorrenza alla stalla tanto era piena di letame di ogni genere. Al contrario, però, da quel luogo malsano ci tenevamo ben lontani nonostante la fattispecie dell’olezzo fosse la stessa.

Questo mistero superando il ricordo, a distanza di molti decenni si protrae unito allo struggimento dei bellissimi ricordi di un’infanzia felice.

Nell’età della maturità, per chi ha vissuto e continua ad avere la campagna nel cuore e nei ricordi e a vederla come un grande dono di Dio ed il Creato di una bellezza indescrivibile, fa sorgere una serie di riflessioni.

Da bambini non potevamo comprendere il valore di quel letamaio dal contenuto schifato dai più. Spiega anche il perché i carri trainati dai cavalli o dalle mucche con montagne di letame diretti verso i campi e gli orti traversavano le strade del paese senza che nessuno si sconvolgesse o storcesse il naso. I contadini, da buoni “custodi del Creato”, sapevano bene il valore di quel tesoro. Ne avrebbero visto i frutti al momento del raccolto quando la terra avrebbe restituito questa attenzione con dei prodotti rigogliosi e saporiti. Che meraviglia!!!

Tuttavia, se tutto si riducesse ad un racconto autobiografico sarebbe ben poca cosa, non era questa la mia intenzione fin dall’inizio di questo blog. Il mio desiderio è stato da subito offrire al lettore alcuni spunti per rileggere la qualità della vita a trecentosessanta gradi. Guardando dentro sé stesso in profondità e contemplando ciò che lo circonda. Attraverso questa narrazione si potrebbe scoprire ciò che impreziosisce la vita non sempre è ciò che profuma e che luccica. Anzi al contrario talvolta è proprio ciò che puzza a nascondere un tesoro.

Ancora di più alla luce delle montagne di plastica e rifiuti di ogni genere e non riciclabili che inquinano l’ambiente e continueranno a farlo per decenni in piccole e grandi porzioni del Creato. Anche vedere una bottiglietta di plastica in un angolo di un giardinetto non genera più né stupore, né schifo, mentre passare, anche da lontano, nei pressi di una stalla fa storcere il naso ai più allontanandoli dall’essenza della natura che li circonda.

Per esempio Il riso. Cresce e matura in una melma molle. Pochi pensano che quell’angolo molle viscido, pululante di pesci e rane, è la culla in cui prende vita e cresce rigogliosa una pianta preziosa per l’uomo in gran parte del pianeta. Lo sanno bene le mondine di una volta quando passavano ore con l’acqua fino al ginocchio per ripulire la risaia di ciò che non serve. Neanche io mi meravigliavo, anzi gioivo, quando sguazzavo in uno dei canali di scolo e mi beavo della particolare melodia del canto delle mondine tra cui mia nonna.

Questo breve racconto, dal titolo un po’ irriverente, non vuol essere solo un ricordo che ho desiderato condividere, bensì è uno stigma che contraddistingue il mio essere orgogliosamente un figlio della “terra” Monferrina. Tutto quello che ne è venuto dopo, in più di settant’anni di vita, può essere considerato, con buona ragione, un frutto di questa splendida eredità.

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