• Dom. Ott 25th, 2020

IL PRESEPE NELL’ANIMA

DiDiac. Ermes Luparia

Dic 1, 2014

Diacono Marco Ermes Luparia

Il Natale si sta avvicinando  sempre più rapidamente e nonostante il tempo ancora mite si sentono già gli echi dei significati profondi con cui esso risuona nella nostra storia e nella nostra spiritualità. Questo evento sacro si è susseguito tante volte quanti sono gli anni della nostra vita, ma ringraziando il Signore, continua a portare ogni volta gioia, festa e perché no…stupore come quando eravamo bambini. Lo attendiamo per poter vivere intensi momenti familiari, rivedere persone care, e gustare il clima di intimità che è impossibile nella quotidianità.

Ma purtroppo dobbiamo dire che il Natale  non assume per tutti un significato spirituale. Le cronache parlano di impennate consumistiche sia nel mangiare che nello spendere per futilità. Insomma per alcuni è occasione di spreco e di piaceri esclusivamente materiali. Comunque sia in un angolo di ogni  casa quasi sempre appare un Presepe oppure un albero inghirlandato e pieno di lucine. Non vogliamo certo togliere ai bambini la gioia di vedere questa festa di colori e nemmeno quello di deporre il Bambinello benedetto in Chiesa nella celebrazione della Notte Santa, ma noi adulti non possiamo accontentarci solo di questo.

La proposta di questa meditazione è di preparare un Presepe nella nostra anima! Sì, avete capito bene, un presepe vivente, un vero luogo dove il Gesù nascente possa porre il suo capo e riposare sereno dopo la sua venuta al mondo. Meditiamo allora il mistero dell’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo seguendo passo passo quella storia iniziata duemila anni fa e che ancora non si è conclusa e non si concluderà se non quando Egli, il figlio di Dio, come ci aveva promesso, “tornerà nella Gloria a giudicare i vivi e i morti”.

Quella notte a Betlemme il vagito di un bambino ha sconvolto l’universo. La sua nudità e vulnerabilità umana, protetta da una giovane donna e da un uomo che santamente, eppur virilmente, ne aveva accolto la custodia, doveva diventare l’emblema di quella regalità che avrebbe avuto il compimento terreno nuovamente nella  nudità, ma sulla Croce. Quanti bambini stavano nascendo quel giorno in Galilea? Quanti bambini avrebbero avuto braccia calde ed appassionate di genitori, quanti bambini avrebbero avuto posato su di loro lo sguardo emozionato e compiaciuto di una intera famiglia? Molti, anzi tantissimi, ma nessuno avrebbe avuto il privilegio di essere dentro quella profezia che avrebbe portato le moltitudini e persino figure di alto rango ad adorarlo.

Una casa umile e spoglia, un giaciglio di fortuna per una partoriente, ma ugualmente caldo e confortevole. Caldo e confortevole come può esserlo una stalla! Il  Creato attraverso due umili e domestiche creature (il bue e l’asinello), partecipa così alla venuta del Figlio unigenito del suo Creatore e con il fiato caldo lo “adora” a proprio modo. Anche noi oggi siamo di fronte a questo mistero e ci troviamo ad un bivio, una biforcazione imbarazzante: o lo penetriamo in modo solo ed esclusivamente storico, oppure ci lasciamo avvolgere dalla sua penombra o per potere accedere tutti i lucernari della nostra anima. La seconda strada è quella che vi propongo io quest’oggi in questo brevissimo tempo di preghiera comunitaria. Insieme allestiremo il nostro presepe interiore: il presepe nell’anima.

Quale stolto porrebbe i mobili nuovi nella propria casa senza prima averla spazzata a dovere? Anche un presepe, fatto di materiali semplici ed umili, almeno per la grandiosità del suo ospite, richiede la stessa cura, la stessa attenzione. Colui il quale abbiamo stiamo pensando di allocare dentro la nostra anima per fare memoria perenne della sua nascita, richiede certamente le massima attenzione. A lui, a questo inane bambino si dovranno poi tutte quelle grazie visibili ed invisibili che toglieranno le ombre dal cuore e lo riempiranno di luce. Il bimbo che sta per arrivare è vero e vivo. E se un vagito ha squassato il silenzio di Dio che echeggi a nell’universo trasformandolo nella espansa gioia cosmica di cui odiamo l’eco ancora oggi. Si, anche Dio, il Padre dell’Unigenito ha ascoltato il vagito di suo Figlio e si sarà certamente commosso al tenero ed inesperto abbraccio di quella giovane donna che, con fiducia indicibile, Gli aveva offerto il suo grembo. Il grembo virginale di Maria è suo appannaggio  solo per la grandiosità carnale del Concepito. Non lo è il messaggio però che ella ci lascia: “Se amate mio Figlio sarete suoi fratelli ed io vostra Madre per sempre, fino al Suo ritorno! Non abbiate paura e fidatevi di me!”.

La fecondità  dello Spirito che ci ha lasciato l’acqua del lontano Battesimo e poi quella dell’assunzione di responsabilità della nostra fede adulta, mi inducono a credere che quel grembo spirituale è ripetibile quante volte siamo disponibili ad accogliere dentro di noi il Re dei Re, o nell’Eucarestia o nel languido momento della preghiera dialogata, sublime momento di intimità con Lui. Ponetevi la mano sul petto e sentire il cuore, anche Gesù ha sentito battere quello di Maria e chissà quanto lo ha rassicurato, e quanto lo ha ricordato nel tempo a venire. Anche il nostro cuore può fare altrettanto, umile giaciglio che non sconvolgerà minimamente Colui il quale è venuto per servire e non per essere servito” Non c’è gesto di umiltà che non nasca dalla consapevolezza della nostra fragilità umana. Fragilità non significa mancanza di forza, ma senso concreto della finitezza  della piccolezza di fronte al Dio Unico e grande da cui proveniamo e a cui ritorneremo. Umiltà significa canto di amore per Lui che ci ama oltre ogni limite pensabile, quello cosmico e quello nostro.

Ed ora facciamo qualche minuto di silenzio. Raccogliamoci con lo sguardo verso il Crocefisso, fino ad incrociare i nostri occhi con i suoi. Posiamo poi lo sguardo verso il grembo sacramentale che ne raccoglie la vividezza di oggi quell’Eucarestia che non ci fa mai mancare. Ed in questo silenzio proviamo a sentire le contrazione vive del luogo in cui il Bimbo vivo la notte di Natale entrerà dentro di noi per vivificare i nostri propositi, per raccogliere il nostro pianto, per porci le braccine al collo per consolarci, per sorriderci infonderci speranza, per benedirci con la sua manina dentro la quale è contenuta l’umanità di ieri, di oggi e di sempre.

 Ed ora cominciamo a costruire il nostro Presepe interiore. Cerchiamone gli elementi costituenti, materiali poveri ed invisibili, ma tanto preziosi e graditi a Dio in quanto virtù.  Ci facciamo aiutare da Paolo con il suo inno alla carità, summa viva della dimensione spirituale dei credenti in Cristo[1]. In esso ecco rappresentati magistralmente i materiali del presepe. Ogni frammento costituisce una porzione di un atto di amore, o di offesa nel caso contrario. Il mondo con le sue illusioni ed i suoi assordanti rumori mira a distrarre il presepista, lo induce a dare forme morte, come tutte le sue vacue immagini. Se buttiamo il nostro sguardo oltre la finestra colori e suoni sembrano essere il segno di una vitalità come mai è accaduto nella storia conosciuta dell’umanità. Io non avrei tutta questa certezza, propendo piuttosto per il sogno come quello di ogni storia virtuale.  Il nostro raccoglimento di oggi  ha proprio questo scopo, ergere una barriera protettiva di fronte alla perniciosa invasività del “niente fatto cose”. Ora da buoni presepisti mettiamoci all’opera e ad assembliamo i componenti con sapienza e perizia, accogliendo la sfida di voler arrivare fino al punto che chi osserva il nostro presepe interiore, abbia la certezza  di trovarsi di fronte ad una scena viva.

Riflettiamo allora sulla nostra umiltà. Nel quotidiano, tutti i giorni che il buon Dio ci manda. L’umiltà al contrario della superbia, innalza l’anima verso Dio, non perché essa ne è capace, ma perché di fronte ad un cuore umile è Dio stesso a  chinarsi per depositare un Suo bacio sulla nostra guancia. Mentre l’uomo del nostro tempo si strugge nell’affanno di conquiste sempre più grandi facendo scempio delle leggi di Dio, mentre guarda al cielo con il desiderio delirante ed onnipotente di conquistarlo, colui il quale umilmente si genuflette e  guarda solo la vicina terra vedrà il Cielo abbassarsi fino a Suoi piedi.

E che ne è della violenza? La violenza non è solo il gesto di concreta distruttività. C’è una violenza omicida che uccide lasciando in vita, è la nostra “bomba ai neutrini”, quell’ordigno orrendo capace di  lasciare intatte le cose ed uccidere solo gli esseri viventi. La nostra bocca è il luogo dell’edificazione o la spada che trafigge! La violenza delle parole lascia una scia di morte dietro di se: dalla morte psicologica il cui indice è la disperazione, fino a quella spirituale che possiamo leggere nell’istillare la voglia di vendetta. Il presepe del cuore vuole mani dolci che sappiano accarezzare ed  infondere sentimenti di dolcezza. Mani che sappiano esprimere garbo e tenerezza. La tenerezza muove il mondo più di qualunque strumento umano.

Che ne è poi  nel non essere capaci di contrizione. Non sapere perdonare e chiedere perdono “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, dice Gesù ammonendo l’uomo di sempre. Invece il peccato è solo inciampo per l’altro, noi non ne siamo immuni (delirio di perfezione!). La ragione è sempre dalla nostra parte. Una sorta di schizo-paranoia dove il cattivo è fuori di noi: il fastidioso, il povero il malato, il bisognoso. Facciamo molta attenzione perché talvolta quel cattivo di cui abbiamo fastidio è proprio dentro casa: è nostro marito, nostra moglie, nostra madre, nostro padre e perché no… anche nostro figlio. Il pezzo del presepe che manca  e che certamente lo rende più bello è tendere alla stagione della maturità, dell’essere adulti spiritualmente. La maturità comincia sicuramente con il senso di responsabilità. Se vogliamo accogliere questo Bambino vivo dentro di noi dobbiamo voler assumerne tutta la responsabilità che la sua custodia comporta.

E poi il bene supremo, quello della pace. La pace è la stella sulla capanna, quella stella che appare lontana e illumina l’intero creato indicando la strada a tutti, da qualunque parte del mondo si provenga. Quanto bisogno di pace necessita questo mondo in generale ed il nostro in particolare. La pace è la scenografia di fondo, senza la quale anche la scena si fa sciatta e poco credibile. Gesù nascente deve trovare nel nostro cuore la pace. E tutto deve essere pronto per la Notte Santa. Incontrate gli occhi con quello che oggi considerate il vostro nemico, riponete le armi e riconciliatevi. L’uragano nel cuore si placherà ed il Bambino arriverà dentro di voi godendo della tiepida brezza primaverile.

Potremmo ancora continuare, ma lascio a voi completare l’opera. Ognuno guardi ciò che ha a disposizione e ciò che manca.  Ma ora come ogni buon presepista dobbiamo pensare ai “movimenti”. I movimenti del presepe sono dati da quei minuscoli e geniali ingranaggi che ci fanno stupire davanti ai presepi d’arte. Il presepe senza movimento è un presepe in qualche modo incompleto. L’ingranaggio del presepe nell’anima è uno solo, quello che farà muovere ogni particolare in armonia con l’altro, quell’ingranaggio è l’amore di Dio ed il volerci conformare a Lui e della sua volontà. I “movimenti” saranno quelli nostri nel mondo visibile, quelli che gli altri osserveranno e diranno del nostro cambiamento interiore, la nostra novità, il regalo che di avere Gesù Bambino nel cuore. In conclusione possiamo dire che il movimento del nostro presepe interiore sarà il nostro personale progetto ascetico, quello in cui nella Notte Santa chiederemo a Gesù Bambino di cambiarci a partire dalla profondità della nostra anima.


[1] 1 Cor 13,1-8

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.