LA PAURA IN PUNTA DI COLTELLO

da | Feb 4, 2026 | BLOG, BLOG ARCHIVIO

LA PAURA IN PUNTA DI COLTELLO

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La violenza giovanile sta assumendo contorni che hanno superato il bullismo e stanno rientrando nei comportamenti criminali con le conseguenze che ne possono derivare sul piano penale. La politica del nostro Paese, da ciò che ascoltiamo, sta affrontando il problema cercando di dare delle, risposte adeguate. In verità, però, la ricerca delle soluzioni si è attestata fondamentalmente sulla repressione, rimanendo fortemente deficitaria in merito alla prevenzione e soprattutto alla comprensione del fenomeno.

I giovani fin dall’infanzia sono immersi in un contesto mediatico saturo di violenza a tutti livelli. I messaggi che arrivano nei cellulari, in televisione e sui computer possono dividersi in due linee di condizionamento: la banalizzazione della violenza e l’induzione della paura. Fino al decennio scorso l’attenzione degli educatori si era centrata sul primo aspetto. Immagini, linguaggio, sottovalutazioni dei comportamenti antipedagogici degli adulti hanno finito con il generare grande confusione anche nella ricerca delle possibili soluzioni. Soluzioni in linea con quello che veniva definito l’identikit del giovane violento,

Per quello che si vede oggi la giustizia è sempre più orientata verso la repressione del crimine e il contenimento del criminale.  Questo modello interpretativo non sembra avere sortito grande successo, infatti, anche l’inasprimento delle pene non ha dato grandi risultati. Anzi, al contrario, alla pressione repressiva sembra avere corrisposto un impennarsi del crimine giovanile, sia nella gravità dei reati, dell’età delle vittime e ai luoghi che fino ad oggi non sembravano essere rimasti immuni.

La giustizia italiana, in questo tempo attuale, è indirizzata verso l’inasprimento della pena, soddisfacendo le istanze giustizialiste dei promotori e dell’uomo della strada, e non sembra avere capito che questo percorso, sicuramente necessario, se non si coniuga con la comprensione profonda dell’origine del fenomeno è solo una effimera rassicurazione degli adulti pronti ad invocare il capestro.

Dalla cronaca si evince la crescita della gravità degli episodi: dalla rissa si è passati alla violenza di gruppo sul singolo individuo, e ora all’uso di armi capaci di ferire gravemente e di uccidere. Atti perpetrati da minorenni che escono di casa armati e potenzialmente pronti a colpire altri minorenni anche per futili motivi: offesa, rapina o vendetta.

Questa sottolineatura non va minimizzata. La domanda che mi pongo e che vi pongo è: perché escono armati? La visione giustizialista chiude il discorso che esiste a monte una personalità deviata e criminale in cui la progettualità del crimine e inscritta irreversibilmente nel soggetto.

Purtroppo, quando si approfondiscono i fatti, come fa poi la magistratura, il quadro che emerge è alquanto diverso. Adolescenti di ottima famiglia, educati a dire di molti, si mostrano fragili, spauriti, increduli loro stessi dell’avere potuto compiere un gesto coì grave. Non so se gli inquirenti, si siano domandati il perché questi adolescenti escano di casa armati e, in caso affermativo, sarebbe interessante conoscere la loro risposta.  Forse i stessi rei non sono stati in grado neanche loro di dare una spiegazione. In assenza di questi dati esplicativi non rimane che dare corso alla giustizia penale. E questo è quello che avviene. A questo, punto mi sento legittimato ad esporre una mia ipotesi, opinabile certamente, ma verosimile se non altro per la mia esperienza e competenza di psicoterapeuta di lungo corso.

I giovani adolescenti di oggi sono stati anche bambini e da bambini hanno vissuto i messaggi violenti e intimidatori della società moderna, per non parlare dei diseducatori adulti. Le bambine, data l’assenza strutturale dei genitori (impegni di lavoro per lo più), vengono educate a diffidare di tutto e di tutti fino alla paura di vedere sbucare un orco da ogni angolo; i bambini con l’immagine del più grande o il più forte che da un momento all’altro potrebbe agire contro loro con violenza e prepotenza. Non è necessario che l’abbiano sperimentata, è tutta l’atmosfera di vita che è permeata di inquietudini indotte.

I bambini dovrebbero crescere sereni e sentirsi protetti dalla famiglia, innanzitutto dall’amore e poi dalla sollecitudine e senza la delega del doversi sentire grandi per forza e costretti a cavarsela da soli. Certo verrà anche quel momento, nel frattempo le armi di difesa da un mondo che, convengo oggettivamente poco rassicurante, dovrebbero essere orientati alle virtù della prudenza, della fortezza, unitamente al rispetto e all’educazione.

Il pericolo incombente è un fantasma terribile che non permette al giovane di rapportarsi al mondo circostante con serenità e fiducia. La cultura del sospetto impera, come del resto anche negli adulti, convinti come sono di proteggere i figli incutendo paure e allarmi di ogni genere.

Ecco allora che in questo clima in cui si è suscettibili di essere aggrediti anche all’improvviso, i giovani uscendo di casa con la paura che ciò possa avvenire realmente, pensano di dover essere pronti anche all’estrema difesa. Fino a poco tempo fa l’offesa e la difesa erano verbali o al massimo con qualche modesto confronto fisico. Oggi l’alterco verbale è diventato il precursore di una violenza a cui ci si deve preparare. Non è più il motivo reale a definire il livello del confronto, oggi ogni diverbio rappresenta una insopportabile ferita narcisistica da dover vendicare.

Il coltello in tasca è innanzitutto fonte di rassicurazione, fa sentire più forti, e qualche volta invulnerabili, se non fosse che dal momento i cui viene estratto sarà la sua lama e il dilagare di emozioni violente, che annebbiano la regione, a decidere il finale dell’alterco.

A mio parere, quindi, non è una personalità radicalmente criminale a compiere il reato, ma una persona debole e impaurita che vive “l’altro” come un potenziale pericolo per la propria sopravvivenza.

Ecco allora apparire la domanda più scontata, immagino, anche dai lettori di questo blog: Che fare? Il che fare chiama in causa più agenzie educative. La prima in assoluto è la famiglia che ha il dovere di proteggere i propri figli educandoli ad affrontare i rapporti di forza con comportamenti civili e prudenti, a partire dal loro esempio. I giovani solo raramente si trovano in situazioni emergenziali, per il resto, nella quotidianità, la condizione di preallarme è inutile, logorante.

Lo Stato, poi, dovrebbe intervenire laddove la famiglia non arriva. Non solo nella fase sanzionatoria e repressiva (come accade oggi), ma in quella preventiva come, ad esempio, con norme che proteggano i giovani dai messaggi mediatici in cui violenza (e pornografia) sono all’ordine del giorno. Quando poi non sono le stesse figure istituzionali a dare il cattivo esempio con comportamenti e linguaggio pubblico pieni di aggressività e di livore.

Già contenere i cattivi maestri è un’opera meritoria, così come anche ascoltare il messaggio intrinseco della violenza giovanile che a mio avviso, senza nulla togliere alle leggi, rimane pur sempre una drammatica richiesta di aiuto.

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