Il titolo di questo blog vuole essere una sfida ai significati che il termine “pietà” assume in questo tempo. Poiché il significato non è univoco ho usato la metafora dei colori per rappresentarne la diversificazione di posizioni ideologicamente predeterminate.
Il punto a cui si è arrivati in questo tempo è che per eventi cruenti e simili, questo sentimento appare o scompare, oppure si accentua o si mitiga, colpito dal fuoco incrociato del “si, però!” In questa locuzione, in qualunque situazione di conflitto, si nasconde il micidiale e perverso meccanismo della negazione di quella verità dichiarata pochi istanti prima.
E’ proprio il desiderio di onorare la verità, cosa che dovrebbe animare ogni uomo saggio, che mi spinge a considerarla un principio non negoziabile. Tuttavia, devo essere sincero, la trappola dell’affermare e negare a proprio profitto è sempre dietro l’angolo! Ciò avviene quando il cuore e la ragione vengono oscurati dall’ossessione di voler avere ragione a tutti i costi.
Esplicitato il principio generale, preciso che in realtà il motivo contingente a scrivere queste brevi note, mi è stato offerto, qualche giorno fa, dall’avere letto in una intervista, un pensiero espresso da Liliana Segre nel Giorno della Memoria. La senatrice Segre dichiarò che era sbagliato oscurare il ricordo della Shoah a causa di quanto stava accadendo a Gaza. In un primo momento fui irritato in quanto mi sembrò parte di una pretestuosa strategia giustificativa su quanto Israele sta perpetrando in Palestina. Poi ripensandoci meglio mi sono detto, in tutta sincerità, che la Segre aveva ragione. I due eventi, che solo l’ideologia considera non paragonabili, hanno stesso “colore” in quanto al sentimento della “pietà”.
Espressioni di atroce cinismo e violenza, non considerazione del dolore e del valore della persona umana perché dovrebbero essere rappresentati da colori diversi? Riconoscere la Shoah, come ha fatto il sottoscritto per tutta la propria vita, e riconoscere la tragedia del popolo palestinese in questo tempo non sono sentimenti tra loro in contraddizione. Anzi rappresentano, per questa umanità che appare senza baricentro, un principio unificatore dei due scenari, divisi solo dal tempo, come se fossero unici, diventando monito onnicomprensivo di tutte le brutture di ieri, di oggi e di domani.
È giusto e doveroso, quindi, fare memoria della notte tragica del periodo nazi-fascista che ha oscurato i cuori e le coscienze di migliaia di attori e milioni di colpevoli spettatori. Se dimentichiamo l’uno non abbiamo titolo di sottolineare a “matita blu” quanto sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi. Al contrario mostriamo che le nostre coscienze sono, come allora, incaprettate tra i mille ”se e ma”, ovvero in miriadi di giustificazioni.
La vera pietà richiede una unicità di significati a fronte di una visione fenomenologica della storia in cui a parità di fatti deve rispondere l’uniformità di valutazioni.
Le emozioni di paura, terrore, o alte espressioni di dolore, non cambiano a seconda di chi li prova. Sono le stesse, alla stessa stregua del colore rosso del sangue.
La pietà verso le persone a cui siamo legati o per amicizia o per affetto, è facile e scontata, ma purtroppo molto presto si trasformerà in ferocia verso i nemici, a cui si imputano gli stessi crimini, che lasciano il passo alla vendetta. Per seguire il senso del discorso la pietà cambia colore adattandosi alle pressioni ideologiche seguendo la logica “Amico-nemico”. Questo modo di intendere, a mio avviso, snatura il senso profondo di pietà che, proprio per essere “monocolore”, non fa distinzione tra amici e nemici, la discriminante è la sofferenza e il dolore dell’altro. Le altre multicolori forme di pietà sono espressioni pelose di una compassione che segue i criteri della patologia bipolare e non è credibile.
Negli attuali conflitti, soprattutto nelle cronache che vengono presentate dai media a seconda della parte da cui si sta, si invoca la pietà per la propria parte, o meglio, si impugna l’impietosità del nemico. Che faranno quelli della parte avversa? Lo stesso, accuseranno i nemici di essere impietosi e insensibili alla sofferenza altrui.
In questo circolo perverso la “pietà pelosa” si alternerà alla vendetta più feroce in una spirale senza fine.
Abbiano decine di esempi di accuse e auto-assoluzioni ideologiche nella storia di questo ultimo scorcio di secolo: la Shoah, le Foibe, lo sterminio degli Armeni e dei Curdi, i Pogrom Stalinisti, gli eccidi dei Bosniaci, i genocidi in Ruanda e Sudan. Ora si aggiungono ai nostri giorni gli eccidi a Gaza e in Cisgiordania.
Le scene cruente di sterminio e di indifferenza sono le stesse in tutti i casi in cui ogni parte invoca pietà, senza riceverla meno che mai dal proprio nemico.
Ha ragione Liliana Segre, tutte le scene di violenza sono uguali, così come le urla di chi invoca pietà dal suo massacratore e non la riceve, come il pianto e il terrore sul volto dei bambini, di tutti i bambini!
Non c’è un evento di questa natura che possa oscurare l’altro! La pietà, la pietà vera, ha un solo colore per cui o si riconoscono tutti o non se ne riconoscerà nessuno. Allora la parola pietà non ha più alcun senso.
Per arrivare a ciò si deve rinunciare coraggiosamente alla perversa logica di amico-nemico. Non è facile e non si trova certo nel criterio del tornaconto. Il passaggio epocale è tra la barbarie e la civiltà, tra rozzezza dei rapporti e la nobiltà dei sentimenti.
Nel caso ci fosse un contenzioso storico ancora aperto, e in questo tempo ce ne sono molti, la vera riconciliazione non si può basare su accordi di convenienza o su criteri meramente risarcitori, bensì sulla revisione storica fondata sulla verità, dove le brutture perpetrate da una e dall’altra parte non possono che sommarsi e spalmarsi su tutti gli attori della scena criminale.
La riconciliazione mette pace nei cuori dei singoli e delle comunità ed è il fondamento di un tempo a venire fondato sulla nobiltà dei rapporti, sul rispetto reciproco, secondo il principio evangelico condivisibile da tutti credenti e non credenti, definita Regola Aurea, che si trova in Matteo 7,12 e Luca 6,31, dove Gesù afferma: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”.
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