Il raccoglimento, per immergersi in una preghiera profonda, è sempre più difficile da raggiungere. Il frastuono della vita moderna inteso proprio nel suo significato acustico, le luci abbaglianti che accecano piuttosto che illuminare, la difficile impresa di trovare uno spazio fisico in cui appartarsi,
sono veramente una grande barriera per vivere una certa intimità spirituale
Che fare allora? Accontentarsi della versione litanica dell’orazione, anche importante nella sua formulazione, oppure sognare un eremo in cui lasciarsi avvolgere dal silenzio, senza disturbi di sorta. La prima soluzione impoverisce il significa più profondo di preghiera che vuol dire dialogo profondo, intimo e filiale con il Signore, il secondo è di difficile realizzazione.
Un giorno un caro amico sacerdote in una sua riflessione sulla spiritualità legata alla preghiera usò questa locuzione: pregare con un “cuore monaco”.
In quel momento capii molte cose. La prima che non sono i rumori del mondo ad infastidire la nostra interiorità, ma quelli dentro di noi: inquietudini, rabbie, passioni di ogni sorta sia di affettività smodata che di invadenti esigenze della carne. Il fatto che questi sentimenti si esprimono dentro di noi e il fatto che non sempre hanno una espressione e visibile dal punto di vista sensoriale, non vuole significare che non dilaghino accentrando su di loro tutta l’attenzione distogliendola dal resto della vita.
Pensieri ossessivi, maniacalità a vari livelli, approcci nevrotici a problematiche che alla fine non sono così gravi, ma sono come un tamburo che senza fermarsi rulla dentro la nostra testa e nel nostro cuore. Tolgono la pace, e non consentono ad altri pensieri, più sani e più positivi, di affacciarsi nel nuovo orizzonte del nostro pensiero intimo.
Una radio e una televisione si possono spegnere. Un luogo appartato per qualche momento di ritiro personale si può sempre trovare. Un buon testo di meditazioni può essere facilmente reperito per accompagnarci in approfondimenti spirituali. Ma tutto questo è vano se non si comincia ad avere dimestichezza con il proprio luogo interiore, se non lo si prepara ad accogliere la novità. Il luogo interiore è quello dove pulsa una nuova forma di vitalità, un “cuore monaco”, appunto. Il cuore monaco pulsa silenziosamente non è percepibile come non lo è l’erba di un enorme prato. La si vede crescere rigogliosamente, ma non fa alcun rumore. Per la delicatezza della sua presenza richiede una forma particolare di attenzione psicologica e spirituale in cui il primo passo è fare pulizia profonda di tutto ciò che allontana dal silenzio e dal raccoglimento.
Non è una operazione di sostituzione di ciò che alberga nel cuore, che inquieta e non contribuisce allo star-bene, ma in primo luogo è fare un vuoto totale. Costringere l’Io al silenzio interiore! Anche se può sembrare penoso, solleva dallo stato di dipendenza in cui l’uomo moderno è fagocitato dal marasma sensoriale in cui è immerso.
Il digiuno dal rumore, e dalle sue espressioni bulimiche, è una operazione che va oltre l’igiene psicologica, è un grande investimento verso una sana ripartizione ergonomica nella vita in tutti i suoi aspetti, psicologici, somatici e spirituali.
Il cuore dell’uomo prima di diventare “monaco” si deve liberare per prepararsi alla massima espressione di libertà che è la “preghiera profonda”, vissuta in un monastero spirituale senza eremo e senza muri: una sacra nicchia per un incontro speciale.
In questa condizione il “cuore monaco” rimane tale ed è capace di raggiungere il silenzio interiore e il raccoglimento anche nella strada più affollata, tra i rumori più assordanti e la luminosità più accecante. Dove addirittura si può sentire la voce di Dio, quel Dio che parla all’uomo sussurrando in un refolo di vento, nel fruscio di un piccolo ramo di un albero, perché vuole avere la certezza che non siano le orecchie a cercare di percepire le sue parole (tra l’altro anche equivocabili) ma il cuore dell’uomo a cui sono dirette. Il cuore è una ricevente molto più fine di un organo di senso ed è capace di ritenere la parte più profonda del messaggio, sia esso di consolazione, di ispirazione o anche di rimprovero.
Quale frastuono è in grado di soverchiare la voce di Dio? La preghiera è come un dialogo di amore in cui i due amanti sono isolati da tutto il resto tanto sono immersi nel comunicarsi il loro bene.
Chi ha fatto esperienza di un incontro di innamorati (anche personale) sa che si guardano negli occhi, e sono capaci di sussurrarsi le più dolci parole d’amore senza sentirsi minimante disturbati da quanto sta avvenendo intorno a loro.
Ecco questa è la forza del “cuore monaco”, in quanto è capace di sintonizzarsi con il cuore di Dio. Ambedue pulsano all’unisono, in una armonia in cui i pensieri silenziosi dicono di più delle parole ed il silenzio non è assenza di suono, ma un’armonia che fa “star bene” e fa “stare nel bene”. Questa è l’unica condizione indispensabile per chi vuole raggiugere l’autentica “pace del cuore”.
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