Nel 1943, a Camaldoli, Pio XII chiese ai cattolici di uscire dalla loro passività e di prendere l’iniziativa. Incitò i Laureati Cattolici a passare all’azione sul piano culturale, traducendo l’insegnamento della Chiesa in un linguaggio “moderno” e comprensibile a tutti. La presenza politica, che avrebbe segnato la ricostruzione e decenni successivi, rinasceva dal grembo della cultura. Uno dei problemi di oggi è invece proprio il divorzio tra cultura e politica, non solo per i cattolici, consumatosi negli ultimi decenni del Novecento, con il risultato di una politica epidermica, a volte ignorante, del giorno per giorno, con poche visioni, segnata da interessi modesti, molto enfatizzati e quindi superficiali.
Il Card. Zuppi nel recente incontro a Camaldoli (21-23 luglio 2025) ha inviato ai partecipanti un analogo messaggio. Un richiamo forte al mondo della cultura affinché prenda coscienza che ogni strumento comunicazionale, dal linguaggio in senso stretto, all’oggetto di cui si parla, deve essere sempre ispirato alla coerenza, alla limpidezza del pensiero ed alla correttezza intellettuale. Ciò che invece emerge in maniera potente ed inquietante che il linguaggio ha assunto un potere distruttivo tale che le parole normalmente usate in ambiti altamente mediatici sono capaci di muovere atti terribili apparentemente slegati dall’intenzione del fabulatore. La realtà ci dice che le parole sono lame affilate (e affidate) a persone che le usano con criteri prepotentemente relativistici ammorbidendo o enfatizzando il significate secondo il loro tornaconto.
Poiché questo meccanismo è dilagante in ogni ambito della cultura, della politica e della comunicazione, credo che sia importante chiarire alcuni aspetti che mostrino quanto la semantica è uno strumento di conoscenza e dialogo se si è consapevoli che all’interno della parola si celano due elementi: il significato e l’emozione che evoca. Nei tempi odierni questi due aspetti sono fortemente dissociati e vengono usati con superficialità e disinvoltura affidandosi solo al “significato” e marginalizzando l’emozione.
Ecco allora un esempio del momento storico che stiamo vivendo. A fronte dei conflitti prevalenti in corso, Gaza-Israele, Ucraina-Russia, vari commentatori sono platealmente vittime di questa perversione semantica. Utilizzano un certo termine per una vicenda ed evitano di farlo per una analoga (identica o peggiore) situazione per le quali se ne usa uno più soft. Per esempio, il 7 ottobre l’attacco di Hamas è stato considerato giustamente unanimemente “orrendo” e viene configurato come “atto terroristico”. La descrizione della prima ora non fa una piega. Tuttavia quanto ne è seguito come reazione da parte di Israele, essendo una “legittima” reazione militare non viene considerata terrorismo e per ciò stesso induce tutti i sedicenti conoscitori della lingua a evitare l’uso del termine “orrendo”, che non sarà mai usata per quasi due anni e per lungo tempo sostituita da: “sproporzionata”.
Solo negli ultimi mesi, timidamente cominciano ad apparire dei commenti che, nella migliore delle ipotesi, si trovano costretti a definire le stragi di Israele almeno “inaccettabili”. Il lettore converrà che Il peso comunicazionale tra “orrendo”, “sproporzionato” ed “inaccettabile” dal punto di vista emotivo, è completamente diverso e identifica il giudizio di valore sotteso al retroscena ideologico che guida il retropensiero del commentatore e la sua posizione a fronte alle vicende. Mi viene da chiedere che cosa sarebbe stato “proporzionato e accettabile”? Per esempio: 20000 morti sono accettabili e proporzionati e diventano inaccettabili e sproporzionati quando arrivano a 45000? Solo una visione ideologica pregiudiziale e una coscienza torbida può accettare questo grottesco paradosso.
La morale è che se le parole si svincolano dalla verità fattuale, automaticamente si si liberano dal gravame del peso delle conseguenze emotive che generano e dagli atti efferati conseguenti. Quindi, alleggerire, appesantire o fare peccato di omissione, ferisce irreparabilmente la verità fattuale e distorce il giudizio delle persone che ascoltano (o leggono) inducendole a condividere o dissentire a seconda della condivisione del retropensiero.
Purtroppo, non si chiude tutto alla diatriba semantica, ma ci sarà una lunga eco dando vita ad una lunga catena di reazioni emotive di chi legge o ascolta. Lo sa bene il comunicatore losco e subdolo, che sa toccare il nervo scoperto dell’emotività delle persone per orientarle in una direzione o nell’altra. Se tutta la perversione dell’uso corretto della semantica si fonda sulla verità fattuale, sta a significare che la distorsione ha la sua malefica origine dall’uso artificioso della menzogna.
In conclusione: giornalisti, i politici, i commentatori, ma in generale gli uomini di cultura, devono essere consapevoli che le parole usate possono essere più devastanti dei droni e allontanare la ricerca della pace più delle bombe. L’uniformità del linguaggio che onora la verità fattuale e la descrive con sincerità ed equilibrio, al di sopra di tutto, colloca i fatti nella storia attraverso uno schermo condiviso e condivisibile contribuendo ad orientare tutti gli attori, se non alla pace raggiunta, a preparare i presupposti per la sua conquista.
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