Spesso ho pensato di affidare ad uno scritto il vissuto del mio essere padre, e questa idea si è affacciata ripetutamente nei momenti più dolorosi, quelli in cui ho provato lancinante la sensazione del fallimento. Non so spiegare perché non l’ho mai fatto. Non certo per incapacità, visto che scrivere è il mio pane quotidiano. Credo invece che la causa sia da attribuirsi alla difficoltà di fermare il pensiero sull’esperienza meravigliosa, ma nello stesso tempo dolorosa della mia paternità.
Sono sposato da cinquant’anni con Leda e padre di due figli, Cristiano e Damiano rispettivamente di 49 e 42 anni. Nonché nonno di due splendide ragazze.
Voglio offrire a questo scritto poche riflessioni in spirito di verità, affinché il pensiero fissi una immagine reale ed umana. La qualità della mia paternità ha seguito passo passo la mia evoluzione spirituale. Il centro di questa esperienza corrisponde al culmine del mio essere ateo. L’ateismo scientista. L’idolo della scienza e la scalata al successo accademico, l’essere fine a me stesso erano i punti cardine di una vita apparentemente piena e realizzata.
Dico apparentemente perché in realtà mentre mietevo successi sopra successi, sul piano affettivo e famigliare si stava facendo il deserto. Quanto seminato malamente doveva incidere poi anche nei rapporti con la famiglia.
Quando in quel fatidico 1988, per una misteriosa azione di Dio mi si riaprirono gli occhi alla fede, mi accorsi quanto grandi erano stati i miei errori e che da quel momento la mia strada era in salita. Non poteva essere sufficiente riconoscerli e cambiare, dovevo pagare lo scotto di una lenta ricucitura degli strappi.
Il mio modo diverso di essere padre, assennato, paziente, capace di ascoltare non poteva essere subito compreso dai miei figli i quali, come era da aspettarsi, rimasero sconcertati. E meno che mai poterono comprendere la decisione, con l’approvazione di mia moglie, di consacrarmi al Signore.
Furono anni difficili, ma necessari, anni che io chiamo di “purificazione”. La sofferenza in certi momenti è stata indicibile. Mi sentivo sulla croce e sapevo che dovevo rimanervi se volevo salvare i miei figli e affinché loro capissero quanto li amavo nonostante il mio comportamento passato.
E mentre mi si rivelava l’umano mistero del divenire padre piuttosto che l’esserlo, provavo la gioia intensa di sentirmi accomunato al Suo progetto d’amore per l’umanità. Ho capito sulla mia pelle il perché della necessità della Sua croce. Ho capito che il saper portare la propria croce è il gesto più sublime di amore che si possa offrire a chi si ama.
Lui l’ha fatto per tutti gli uomini, e per la loro salvezza ed io nel mio piccolo per i miei figli, tra gli amati da Gesù, e sono pieno di gioia per questo. In questa follia d’amore mi sono convinto che “chi tanto ama, tanto soffre”. Per questo motivo non ho mai rigettato la sofferenza, anche se tante volte mi sono trovato a piangere davanti ad un crocefisso, piegato in due dal dolore per non essere (come Lui) stato ascoltato, per essere stato negato, non voluto e talvolta odiato. I fantasmi del passato per interminabili mesi l’hanno fatta da padroni. Ma dovevo andare avanti e rarissime volte ho detto: “Signore allontana da me questo calice”. L’ho detto soprattutto quando sentivo pericoli grandi pendere sul capo dei miei figli, ovvero quando avevo paura che si facessero troppo male con la vita.
Meditavo e vivevo il calvario, ma contemporaneamente crescevo come uomo, come marito e come padre. Ed anche i miei figli si cominciavano a rendere conto che quei cambiamenti a cui avevano assistito non erano effimeri, erano credibili.
Oggi posso dire che il mio essere padre, che sempre rimane un giogo, è una esperienza più leggera che nel passato. Il rapporto con i miei figli si è ormai sanato. Non pretendo però di non soffrire più, mi limito ad affidarmi a Colui il quale mi ha guidato in questi anni ed ha saputo sapientemente plasmare il mio essere. Lo amo con tutto il cuore e mi fido di Lui e mi affido totalmente a Lui. Lui sa cosa è meglio per me come diacono, come uomo, come marito, e come padre
