Tutti noi sappiamo bene che cosa siano le stimmate e il legame che questi segni speciali hanno con la Passione di Nostro Signore ed il privilegio che alcuni (veramente pochi per altro) hanno avuto la loro vita di fede e di amore per il Cristo configurata anche fisicamente alle sofferenze che ha dovuto affrontare dalla cattura nell’Orto degli Ulivi fino alla morte in Croce.
Non è dato sapere con certezza il perché il Padre Celeste abbia scelto proprio queste persone speciali, uomini e donne, affinché fossero testimoni di un prodigio così importante e edificante per la storia di fede di tutti coloro che lo avrebbero contemplato attraverso una full immersion nel mistero. Ancora oggi la scienza non è in grado di spiegare la loro origine e si è dovuta arrendere alla soprannaturalità dell’evento.
Nell’approfondimento del fenomeno, uno dei fattori che ha convinto di più gli studiosi è che non vi era stata mano d’uomo, e meno che mai quella degli interessati e che nessuno di loro aveva mai manifestato l’aspirazione a questo dono. Al contrario in tutti si è evidenziata una sorta di vergogna e pudore, sia nel parlarne che a mostrare le “sante piaghe”, segno di umiltà profonda.
L’altro fattore era che il dolore generato, pari a quello che aveva provato Nostro Signore, veniva custodito e non ostentato. Sembrava fossero uniti dalla consapevolezza di dover scomparire affinché il progetto di Dio, che si serviva di loro, potesse manifestarsi in tutta la sua chiarezza.
Un fatto è certo, la vita di chi ha visto apparire, in maniera repentina e violenta questi segni, cambiò radicalmente, appesantita oltretutto dalla curiosità della gente, dal dolore fisico, dalla tentazione di allontanare “quel calice” non voluto. L’incomprensione e lo sconcerto si sarebbero protratti fino a quando si fossero pienamente abbandonati alla volontà di Dio.
Ora veniamo al nostro discorso e al perché del titolo. L’essere umano è fondamentalmente una creatura edonistica, incline alla ricerca del piacere e a tenere lontana la sofferenza di qualunque natura. Tuttavia, il suo destino di creatura imperfetta lo costringe a scontrarsi con il mistero del dolore, della malattia e della morte. Essendo il fine vita chiaro nel significato che diamo alla vita intera (si nasce e si muore!) sono le prime due a richiamare la mia attenzione per le reazioni rifiuto e di ribellione che suscitano.
Una malattia grave, propria o di persone molto care, così come la perdita inconsolabile di coloro che più amiamo, un genitore, un figlio, un coniuge, aprono delle ferite che fanno veramente fatica a rimarginarsi. Suscitano degli interrogativi che intersecano l’aspetto psicologico e quello spirituale tra cui il “perché?”, a cui si può aggiungere, “perché proprio a me?”.
Forse anche Padre Pio, San Francesco d’Assisi, Santa Rita da Cascia si saranno fatti la stessa domanda di senso la cui risposta sarebbe arrivata solo alla fine della vita quando, raccolta la messe della loro testimonianza, migliaia di persone avrebbero recuperato la fede e ricevuto il dono della consolazione.
Mi aspetto ora l’obiezione più scontata: “ma loro erano santi!”. È vero ma anche noi lo siamo in virtù del Battesimo. Ci hanno insegnato che il Battesimo è il lasciapassare per la vita eterna e non la garanzia di una vita senza pena.
Una parte del modo santo di affrontare i nodi dolorosi della vita non è molto differente da quello degli stigmatizzati: non lo hanno voluto loro e non lo abbiamo voluto noi.
La differenza sta nel fatto che mentre il Padre Celeste li ha chiamati a Configurarsi perfettamente con la passione del proprio Figlio, per noi che viviamo le pene terrene viene chiesto di “trasfigurare” la sofferenza che non possiamo evitare, qualunque essa sia, per dargli un senso che vada oltre lo sprofondare nel buio nichilista.
Il dolore e la sofferenza sono quegli aspetti dell’esistenza umana in grado di vincere la forza di gravità che schiaccia verso il materialismo terreno e, o con rabbia o con fede, costringono la persona ad alzare lo sguardo al Cielo. In questo si intravede quella tensione ascetica che farebbe molta fatica a manifestarsi, quando tutto va per il verso giusto.
Accogliere la propria umanità e i suoi limiti, è un passo miliare per una fede fondata sull’abbandono. Non sono le stimmate dei santi, ma sono pur sempre i segni di una creaturalità che può identificarle come le nostre “piccole stimmate”. Che cosa cambia si potrebbe dire? Cambia tutto perché, la forza della fede si vede proprio nei frangenti più tristi della vita di un credente.
Non solo ma per chi viene chiamato a contemplarle, non per la loro visibilità fisica, ma per gli effetti, diventano un interrogativo esistenziale e spirituale di una forza non indifferente. Sia personalmente che per chiunque incontriamo nel nostro cammino di dolore può rappresentare una visione edificante al punto da cambiare totalmente la nostra vita e quella degli altri. Vi sono esempi innumerevoli di riconciliazioni familiari impensabili, di cambiamenti di stile di vita, di vere e proprie conversioni frutto dell’umile testimonianza del come accogliamo le nostre piccole stimmate, diventate luogo di incontro vivente e di com-passione con il Cristo.
