• Mar. Ott 20th, 2020

L’OZIO

DiDiac. Ermes Luparia

Feb 25, 2014

di Don Edorado Butta

1– La descrizione dell’ozio

Iniziamo la nostra riflessione sull’ozio partendo dalla famosa parabola degli operai chiamati al lavoro nella vigna ad ore diverse. Gli operai dell’ultima ora vengono chiamati “oziosi”: perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? (Mt 20,6). Conosciamo bene il messaggio di questa parabola che mostra la bontà di Dio, il fatto che non viene fatta differenza tra gli operai che hanno iniziato a lavorare presto al mattino e quelli che successivamente si sono aggiunti col passare delle ore, la reazione dei primi operai al vedere che viene loro data la stessa ricompensa data agli operai dell’ultima ora, reazione che umanamente sentiamo giusta.

E’ però interessante notare che gli operai dell’ultima ora, a differenza degli altri, sebbene poi chiamati al lavoro e ricompensati alla stregua dei primi, vengono inizialmente rimproverati e definiti “oziosi” dal padrone della vigna. In effetti, come è trascorsa la loro giornata? Non certo impegnati in un altro lavoro, altrimenti non si sarebbero fatti trovare alle cinque in piazza. Anche se avessero terminato prima il lavoro in un altro campo sotto altro padrone, sarebbero tornati in piazza a cercare lavoro per un ora soltanto? Incassata la paga del giorno se ne sarebbero tornati a casa. Se ne deduce, e questa è anche la conclusione del padrone della vigna che alla fine li ingaggia, che hanno impiegato diversamente il loro tempo, perdendolo, sprecandolo in cose non importanti e non essenziali, posticipando i propri doveri e forse si sono presentati in piazza solo per giustificarsi agli occhi dei familiari, per dire che il lavoro lo avevano cercato, erano stati in piazza in attesa di assunzione, fino all’ultima ora utile della giornata ma quel giorno non erano stati fortunati.

Se dalla parabola si evince un chiaro quadro di pigrizia con le sue dinamiche di perdita di tempo e di scuse, la parola di Dio ci offre anche un esempio virtuoso cui l’ozioso è chiamato a guardare, per il suo bene: Va’ dalla formica, o pigro, e guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone eppure d’estate si procura il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo. Fino a quando, o pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare e intanto giunge a te la miseria come un vagabondo” (Pv 6,6-ss). La pigrizia è fonte di miseria materiale, è la constatazione fatta in molti versetti della Scrittura. In questo passo di Proverbi ciò che è interessante è l’invito fatto al pigro di guardare alla formica che è mostrata come saggia e virtuosa. Essa si dà da fare non perché è costretta da qualcuno, non ha un capo cui obbedire, un sorvegliante cui rendere conto, un padrone da servire ma semplicemente perché ha le “sue abitudini”, è disciplinata, sa quando è il tempo per lavorare e quando è il tempo di riposare. “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (Qo 3,1) “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo” (Qo 3,10-11a) . La formica è saggia perché vive secondo le stagioni e secondo quello che è offerto dalle stagioni. Lavora ma sa anche riposare a tempo debito. “La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio” (Sir 38,24)

“Il pigro si crede saggio” (Pv 26,10) forse perché guarda a chi lavora molto ed arriva alla conclusione: “ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità ed un inseguire il vento” (Qo 4,4). Forse si crede saggio perché in certi casi vede premiata la propria furbizia. Se torniamo alla parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna possiamo anche immaginare che qualche operaio dell’ultima ora possa aver sbeffeggiato chi ha lavorato molte più ore di lui al medesimo compenso. Anche se, visto il rimprovero del padrone agli oziosi, ci sarebbe da dubitare che sarebbero stati assunti nuovamente se il giorno seguente si fossero ancora presentati in piazza alle cinque e non all’alba.

2 – I pericoli dell’ozio

In Sir 33,28 si legge: l’ozio insegna molte cattiverie. E’ la proverbiale constatazione che l’ozio è il padre dei vizi. Quali sono queste cattiverie che nascono dall’atteggiamento ozioso?

·         “chi è indolente nel lavoro è fratello del dissipatore” (Pv 18,9). In effetti entrambe le situazioni, quella del pigro e quella del dissipatore hanno la stessa madre, la stoltezza, e la medesima figlia, la miseria. Il pigro è un dissipatore: di tempo, di energie, di opportunità, di  grazia, di qualità.

·         1 Tim 5,13: San Paolo parlando delle vedove dice: “senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene”. L’atteggiamento del girovagare di posto in posto non è positivo. Anche san Benedetto nella regola mette in guardia dai monaci girovaghi che definisce “vagabondi” “instabili” “schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola”, incapaci e non desiderosi di una disciplina – la regola e l’abate – che li possa condurre attraverso la via dell’obbedienza a seguire Cristo nella via della santità. L’instabilità esteriore è il segno di una instabilità interiore che porta a perdere tempo e anche a perdersi in cose futili, non essenziali, non buone, in curiosità e chiacchiere contrarie alla carità.

·         1 Tim 6,3-5: “Se uno insegna diversamente e non segue le sane parole del nostro Signore Gesù Cristo e la dottrina secondo pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà fonte di guadagno”. San Paolo è estremamente chiaro nel dire cosa nasce dall’orgoglio e dall’ozio. E’ comunque impressionante sentire queste due citazioni della 1 Tim a confronto: c’è un contrasto forte e stridente tra le vedove curiose che pettegolano e “le sane parole di Cristo”, parole buone in sé che fanno bene a chi le ascolta e a chi le cita. C’è un parlare ozioso di questioni oziose che porta ogni genere di male. Quanto è importante verificare il valore delle nostre conversazioni tra sacerdoti e delle nostre conversazioni coi laici, e quanto è importante “elevarle” “guardando alle cose di lassù” tenendo “fisso lo sguardo su Gesù” (Eb 12,1)

3 – Conseguenze per l’ozioso

Oltre la povertà la Scrittura ci parla di altre tristi conseguenze per l’uomo ozioso. Prima di tutto l’inaffidabilità: “come l’aceto ai denti e il fumo agli occhi così è il pigro per chi gli affida una missione” (Pv 10,26). Il saggio avvertimento è per chi vuole o deve affidarsi a qualcun altro per un certo servizio. Attento! Se  affidi il compito ad una persona pigra, sicuramente ne trarrai qualche fastidio, perché il pigro in qualcosa mancherà, egli non è pienamente affidabile.

L’altra conseguenza per il pigro sono le illusioni in cui vive. “il pigro brama ma non c’è nulla per il suo appetito” (Pv 13,4). Il detto fa pensare che il pigro non vedrà mai realizzati i propri desideri e i propri sogni in quanto gli manca la voglia, la forza, la determinazione per mettersi al lavoro e cercare di realizzarli. Si sogna ma non si realizza. Un atteggiamento che può portare a frustrazioni come a vivere di illusioni.

4 – Le scuse dell’ozioso

Generalmente l’ozioso cerca di giustificare le sue omissioni, fatte o future. In Mt 25,25 l’uomo che ha ricevuto il talento si giustifica restituendolo al padrone senza interessi dicendo: “per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra” ed è per questo che viene chiamato “servo malvagio ed infingardo”.

Così in Pv 22,13: “Il pigro dice: c’è un leone là fuori, sarei ucciso in mezzo alla strada” e in Qo 11,4: Chi bada al vento non semina mai e chi osserva le nuvole non miete. Un pigro troverà sempre un motivo per cui sottrarsi al proprio dovere.

5 – La vita spirituale e l’ozio

“Sono passato vicino al campo di un pigro, alla vigna di un uomo insensato. Ecco ovunque vi erano cresciute le erbacce, il terreno era coperto di cardi e il recinto di pietra era in rovina” (Pv 24,30). Questa immagine che parte da una semplice constatazione – il giardino o il campo di un pigro apparirà sempre come un campo selvatico – mi ha fatto pensare però anche alla vita spirituale. Pensiamo al Cantico della vigna contenuto in Is 5,1-7. Quanta cura il Signore ha messo affinché il suo popolo portasse frutti di giustizia e di santità! Il nostro cuore è come un giardino, pieno di frutti bellissimi, se abbiamo cura della nostra vita spirituale. Ma se non c’è la preghiera nelle sue diverse forme e la grazia dei sacramenti, cioè se non c’è cura per la vita spirituale, il cuore dell’uomo diventa come il giardino del pigro.

Un’immagine molto simile la usa anche san Giovanni della Croce nell’epistolario quando parla dell’uomo privo di padre spirituale come di un giardino ricco di alberi da frutta ma in cui non si può trovare frutta perché privo di recinzione e i passanti portano via ogni cosa.

6 – L’ozio e il ministero

“La fatica dello stolto lo stanca poiché non sa neppure andare in città. Guai a te, o paese, che per re ha un ragazzo e i cui principi banchettano fin dal mattino! Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero e i cui principi mangiano al tempo dovuto e per rinfrancarsi e non per gozzovigliare. Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa” (Qo 10,15-18). La negligenza nella pastorale porta a gravi danni, se non subito, col passare del tempo come accade ad un tetto non manutenzionato che prima o poi crollerà. Mi ha molto colpito la differenza che viene fatta da Qoelet tra il re ragazzo e il re uomo libero. Per un paese un re ragazzo può essere un flagello, perché il ragazzo non solo è inesperto ma di per sé ha voglia di giocare e di non assumersi responsabilità e compiti. Un paese felice è quello in cui regna un re che non solo è uomo anagraficamente, ma che è “uomo libero” cioè maturo, capace di assumersi e di vivere le responsabilità del ruolo. Pensiamo poi al concetto di uomo libero in Galati: voi infatti fratelli siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13). Così non si gioca a fare  preti né si possono vivere superficialmente gli uffici pastorali ma vanno vissuti con piena responsabilità e disponibilità di cuore. Anche il riferimento ai prìncipi ci parla di una diversa sorte per chi ha pastori che pascono se stessi (il gozzovigliare degli uni) e per chi ha pastori che invece sono “disciplinati” nei confronti delle cose tanto da usarle correttamente e per il giusto fine.

Altra citazione la prendiamo da Am 6,4-6: essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli alberi del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, si pareggiano a David negli strumenti musicali, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano”. Un passo chiaro, dalla conclusione molto forte che richiama Ez 34,2: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? mirabilmente e potentemente trattato da S. Agostino nel Trattato sui pastori che il breviario ci riporta nella 24° settimana del tempo ordinario.

7 – Come combattere l’ozio

Oltre alle tante cose che possiamo desumere da quello che già abbiamo detto, una soluzione all’ozio ce la propone la 2 Pt 1,5-8: “Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi non vi lasceranno oziosi.

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.