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L’UMILTA’

DiDiac. Ermes Luparia

Mag 8, 2014

Betti Tocco

“… Questa è la via a volere venire a perfecto cognoscimento e volere gustare me Verità etterna:

che tu non esca mai del cognoscimento di te; e abbassata che tu senella valle de lumilità, e tu cognosce me in te.

… Neuna virtú può avere in sé vita se non dalla caritá.

E lumilità è baglia e nutrice della caritá …”

(Dialogo con la Divina Provvidenza – Santa Caterina da Siena)

Da profonda ignorante quale sono, ho lamentato il fatto che a volte vedo i miei limiti ed errori per cui esco dal sogno e prendo contatto con una realtàche mi vede immersa nella pochezza.

Quando scrivevo questo, non sapevo che èuna grande grazia poter cominciare il lungo cammino del conoscimento di sé, del conoscimento della miseria di cui siamo impastati per poi arrivare a scoprire l’infinito Amore che si abbassa a scendere in noi e lìrimane sempre.

Capire che tutto, ma proprio tutto quel pochino di buono che c’èin noi appartiene a Dio che ce lo dona, non perchélo meritiamo, ma solo perchéci ama col Suo Amore infinito.

Èmolto lungo e accidentato il percorso verso il conoscimento della pochezza di séed è  sinonimo di avvicinamento all’umiltà.

L’umiltàbrilla, abbaglia, conquista, attrae chiunque si avvicini alla privilegiata persona che ne èricolma. L’umiltàemana un profumo etereo, divino, perchéchi la possiede permette a Dio stesso di manifestarSi per riversare il Suo Amore sui Suoi figli che avvicinano quell’anima umile.

Santa Caterina riporta il suo dialogo con la Provvidenza e riferisce che Questa vede l’umiltàcome “balia e nutrice” della caritàsenza la quale nessuna opera buona èveramente meritoria.

Il cammino èlungo quanto la stessa vita terrena! … tranne forse per i Santi.

Senza perdere il coraggio e la speranza, passo dopo passo, ciascuno di noi puòavvicinarsi al “Castello interiore” che ha dentro séstesso, nel suo cuore nel cui centro si trova il Re, Nostro Padre e Signore.

Passo dopo passo, con impegno, fatica e con l’aiuto di Dio, il “pellegrino” perde dagli occhi le squame che gli impediscono di vedersi e conoscersi senza i veli imposti dalla societàe, altrettanto gradualmente e riconoscendo la sua piccolezza, riconosce la Sua grandezza.

Impara lentamente a sapere quanto egli valga in realtànonostante i suoi sforzi per essere migliore, sa che da solo non ce la puòfare e allora scopre quanto tenero e paziente sia l’Amore di Dio che non cessa mai di tenerci per mano e, aiutandoci a rialzarci dopo ogni caduta, ci aiuta e ci guida, spesso senza che neppure ce ne rendiamo conto, perchépossiamo avanzare nel nostro faticoso cammino che ci porta a conoscerci e a conoscerLo.

Il nostro cammino èparagonabile a una ripida scala in cui:

·        il primo gradino èfermarsi a osservare séstessi,

·        il secondo èarrivare a riconoscere la propria miseria,

·        il terzo èprenderne realmente coscienza,

·        il quarto èriconoscere l’infinita Perfezione,

·        il quinto è, riconoscendo la nostra nullitàe l’infinita Perfezione, diventare umili.

 

Il primo gradino: fermarsi a osservare séstessi

Il quotidiano ci vede correre di qua èdi làperchéspinti dall’ansia di cercare soluzioni ai nostri bisogni e a quelli della nostra famiglia. Molti credono di non avere il tempo di fermarsi un momento per dire una preghiera perchénon sanno che da soli non c’èla possono fare. Non riescono a trovare una spiegazione per il loro insuccesso e si disperano. Allora danno la colpa allo Stato, ai dirigenti sia politici che dell’azienda, al mondo intero. Vedono senza vedere, ciechi a quella realtàche, per fretta e superficialità,  sfugge loro.

Ma il Signore, tra le molte altre cose, èvenuto per curare i ciechi.

I moderni ciechi siamo noi.

Guardiamo aldilàdel nostro naso gli altri e non vediamo noi stessi. Pensiamo di poter fare tutto da soli. Noi siamo ripieni di noi stessi. Noi pensiamo di poter fare tutto da soli. Ma quando non ci riusciamo arriviamo anche a toglierci la vita.

Non sappiamo e non possiamo fermarci, per la nostra presunzione, per vedere noi stessi che agiamo e ci agitiamo come un girino in una misera pozza d’acqua che qui rappresenta la nostra società.

Ma, come dicevo, Gesùèvenuto a curare questa cecitàdi tutti noi esseri umani. Molti, come quando si incarnò, non Lo ascoltano, altri perfino Lo insultano pensando che queste sono cose da pie donne. Ma ci sono altri, e non sono pochi, che fermano per un momento la loro corsa scomposta e dissennata e, sentito il soave profumo dell’Amore, portano il loro povero sguardo verso séstessi. La prima cosa che fanno èchiedersi: ma perché? Non trovano risposta e se la prendono col Signore, col vicino, con l’altro. Poi piano piano, come guardandosi allo specchio, portano l’attenzione a quello che dipende dalle loro azioni, dalle loro negligenze, dai loro pensieri, insomma comincia a cadere la prima squama dai loro occhi. Ancora non sanno che si trovano giàsul primo scalino di quella scala tanto preziosa per ciascuno di noi.

 

Il secondo gradino: arrivare a riconoscere la propria miseria

Sino a ora ci siamo soffermati a vedere la superficie del nostro agire e delle sue conseguenze che sono a volte buone, a volte disastrose.

Se ci limitiamo a questo, vediamo come un miope che ha una sola diottria: vediamo solo l’ombra sfuocata di ciòche siamo. Ma giàèun grosso passo avanti rispetto a prima, quando ci sembrava di vederci, con chiarezza, onnipotenti e onniscienti.

Abbiamo giàsalito il primo gradino!

Siamo come un bimbo che, dopo aver giocato e corso a lungo, si ferma perchéil suo corpo che ha bisogno di bere, ha sete.

Cosìin noi, non certo per nostro merito, la nostra anima affannata per tanto inutile dibattersi, ha sete di conoscenza. Cerca e cerca lontano e continua a non trovare risposte. Poi, fermatasi un attimo, si ricorda di guardare dentro di sé. Èun momento tremendo: l’anima  coadiuvata dalla mente, comincia con determinazione a portare la sua attenzione verso di sé. Che momenti dolorosi! … che spavento! Ebbene sì, tutto ciòche attribuivamo agli altri che vedevamo come causa dei nostri mali, comincia a essere riconosciuto come causati del nostro agire e del nostro modo di essere. Ma una volta intrapresa la salita, il Signore, che èsempre stato lìin attesa del nostro risveglio, non permette che ci perdiamo d’animo e che, per vigliaccheria, ci fermiamo. Ci abbraccia e ci avvolge col Suo Amore rassicurante che, non solo ci consola, ma ci incoraggia a proseguire la scalata.

Non siamo mai soli! Lui èsempre stato lìcon la mano tesa per aiutarci a risollevarci e a proseguire il faticoso cammino, in cui gli altri continuano a essere quelli che erano nei nostri confronti, ma noi cominciamo a ritirare lo sguardo da loro per portarlo su noi stessi. Il dubbio si insinua: la causa dei miei mali èl’altro o sono io? E il dubbio si dilegua quando cominciamo a vederci con un po’ meno di miopia.

Ci troviamo finalmente nel secondo gradino; ci vediamo cosìcome siamo, pieni di difetti pesanti almeno quanto quelli dell’altro. Ma siamo ancora immaturi come quel bimbo assetato: subito dopo aver bevuto un grosso sorso d’acqua si sente appagato e se ne dimentica. Cosìnoi: ci vediamo, soffriamo per quanto abbiamo visto di noi stessi e, nonostante ciò, ancora spesso riportiamo lo sguardo colpevolizzante sull’altro, per non soffrire.

Non sappiamo ancora che non siamo soli a salire la scala. La TrinitàSantissima èdentro di noi, anche se non ce ne rendiamo conto, e veglia instancabile sul nostro cammino.

Le cadute sono tante, il bimbo ha le ginocchia sbucciate, ma la sua mamma èsempre lìpronta a consolarlo e soccorrerlo. Cosìfa il Signore con noi. Lui vede i nostri tentativi, i nostri sforzi e gioisce abbracciandoci e non permettendo che torniamo indietro se non per farci sperimentare come si viva peggio alla base della scala.

 

Il terzo gradino: prendere realmente coscienza della nostra miseria

In questo travaglio che il Signore permette che viviamo, cioèle numerose salite e discese dalla scala, piano piano ci rendiamo conto quanto in realtàsiamo esseri poveri e limitati. Ora vediamo un po’ meglio le nostre miserie e i nostri profondi limiti e li vediamo grandi almeno quanto quelli degli altri, se non di più. La vista di noi stessi si schiarisce e, non senza continuo travaglio, cominciamo a muoverci in modo diverso. Cominciamo ad aprirci all’altro, cominciamo, alla luce delle nostre debolezze, a guardare dietro la brutta azione che l’altro ci ha fatto, cominciamo a ricercarne l’origine nella storia di chi ci ha ferito, cominciamo a ricercare l’errore piùnel nostro agire e meno nell’agire dell’altro.

Tutto ciònon avviene senza incertezze e scivoloni nei primi due scalini.

Ma sempre piùil Signore aumenta la sensibilitàdella nostra vista che, divenuta piùacuta e stabile, ci dona la consapevolezza delle miserie di cui siamo impastati, ci guardiamo indietro e vediamo la nostra vita con uno sguardo diverso: ciòche ci era sembrato ben fatto, ci appare ora come un grossolano errore. Si soffre molto in questo scalino, tanto da essere tentati di fuggire e quasi si desidera di tornare ciechi. Ma sono solo momenti che la Santissima Trinitàpermette per fortificare la nostra volontàdi proseguire.

Infatti non siamo mai soli nella salita.

Il Signore veglia su di noi, accetta i nostri piccoli progressi e se ne rallegra.

Il Signore, che ci ama teneramente, guarda a noi come la mamma che osserva sorridente il suo bimbo che compie i primi passi, che cade rovinosamente e lei lo aiuta a rialzarsi, incoraggiandolo a provare ancora a camminare.

Purtroppo per il momento non percepiamo la Sua presenza, ma ne godiamo i frutti, tanto che la nostra sete di conoscenza aumenta in proporzione ai nostri sforzi e al nostro avanzare verso lo scalino successivo.

 

Il quarto gradino: riconoscere l’infinita Perfezione

Il nostro Dio Padre, il Suo Figlio Gesùe lo Spirito del Loro Amore, che abitano la nostra povera anima, ci spronano quindi a continuare a salire verso un tipo di conoscenza piùprofonda. Desiderano ora che noi, anche nella nostra enorme piccolezza, Li percepiamo dentro il nostro cuore.

Niente èimpossibile a Dio e Lui si vuole manifestare nella Sua essenza di Divina Perfezione.

Niente Lui fa senza avere come scopo il nostro bene e noi rispondiamo col nostro balbettio alle Sue premure. Lui ci capisce e ci accarezza teneramente e teneramente si manifesta in mille modi nella nostra giornata, in modo inintelligibile alla mente, ma chiarissimo per il  nostro cuore e la nostra anima.

Ormai sappiamo con certezza che Dio èAmore infinito, impariamo a conoscere il suo Amore per tutte le Sue creature, riconosciamo che èl’unico vero Dio onnisciente e onnipresente, unico e solo a racchiudere in Séla perfezione intesa come dote dell’unico Increato, unico Creatore, unico Amore puro, unica Conoscenza pura, insomma unico Perfetto.

Ma la Sua èuna perfezione che non ci incute timore, al contrario ci fa sentire al sicuro sotto la protezione di un Dio di Amore, mostrandoci contemporaneamente la vanitàe la falsitàdegli idoli che l’uomo, noi, di solito segue: denaro, potere, orgoglio. Scoprire la Sua perfezione ci aiuta invece a toccare con mano il nostro essere nulla in confronto al Suo essere Tutto.

 

Il quinto gradino: riconoscendo la nostra nullitàe l’infinita Perfezione, diventare umili

Il convincimento e la presunzione di poter fare il bene senza il Suo aiuto èscomparso.

Finalmente abbiamo scoperto che Lui vive in noi e con noi. Lui permette ciòche facciamo di buono, Lui veglia sul nostro cuore ispirandoci buoni pensieri e buone azioni. A noi non resta che seguire i Suoi insegnamenti.

Noi abbiamo la facoltàdi scegliere se seguirli o no.

il Signore ci lascia il libero arbitrio sino all’ultimo istante di vita terrena.

Ma a questo punto sappiamo bene che soli non valiamo niente mentre, se ci apriamo a Lui, siamo Suoi strumenti per amare; amare la natura e rispettarla come Suo dono; amare l’altro perchéanche lui Suo figlio diletto, per il quale Egli si èincarnato in Gesùmorto sulla croce; amare qualsiasi cosa facciamo perchénoi siamo solo le braccia che eseguono la Sua santa Volontà.

In questo spirito, tutto diventa facile perchéimpariamo a fare qualsiasi cosa come se dipendesse da noi mettendoci tutto l’impegno, ben sapendo peròche Chi opera èDio e che noi siamo solo uno strumento, a questo punto docile, della Sua Volontà.

 

Oso parlare dell’umiltàperchého avuto il dono prezioso di conoscere nella mia vita due persone che incarnavano l’umiltàcosìcome l’ho descritta.

Entrambi, nelle differenti condizioni di sacerdote e laico sposato, diffondevano amore, l’Amore di Dio, e suscitavano il desiderio di essere come loro, umili perchéconsapevolmente imperfetti davanti a Dio.

Entrambi profumavano di umiltà.

 

Finalmente siamo arrivati in cima a questa piccola scala. Ma questo non èassolutamente un punto d’arrivo, ma solo un punto di partenza.

Infatti, ripuliti da tante scorie, possiamo cominciare a salire la scala verso la caritàdi cui l’umiltà, secondo gli scritti di Sta Caterina da Siena, è“balia e nutrice”.

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.