Oggi ricorre il primo anno dalla scomparsa di Sammy Basso della cui storia siamo tutti informati. Una vicenda umana che invece di incentrarsi sulla pietà per una disgraziata e rarissima patologia genetica, consente a Sammy di salire in cattedra finendo con il dare al mondo (occidentale) una lectio magistralis sul senso della vita e sui pilastri su cui deve poggiare.
Per doverosa premessa dobbiamo avere consapevolezza che la società occidentale si fonda su due assunti iper-valutati: l’estetica e il piacere.
Le giovani generazioni fin dall’adolescenza centrano sulla bellezza fisica e sulla prestanza, ovviamente secondo i canoni mediatici, il concetto di felicità e di una vita che vale la pena vivere. In difetto di ciò, anche le piccole imperfezioni che scostano l’immagine ottimale di sè dai clichè imperanti, diventano la strada maestra dell’infelicità e del non senso. Il protrarsi, poi, di questo clima crepuscolare può arrivare anche ad esiti depressivi o reazioni abnormi che vanno dalla ribellione fino all’autodistruttività.
Il secondo aspetto è legato al principio del piacere. Qualsiasi condizione frustrante che va da un semplice malessere alla malattia interseca sempre il dispiacere. Esso non è il contrario del piacere, bensì è quella mortificante sensazione del non essere attraente (quindi non amabile) e il non piacersi (fino alla disistima).
Credo che tutti convengano che il valore della persona non può ridursi ad una immagine estetica (spesso vacua e banale), né alla opportunità di godere il piacere della vita che talvolta si traduce in una fruizione mercificata e mercificante. La persona umana è molto di più di un bene di consumo. E’ uno scrigno dove vengono custoditi valori di inestimabile ricchezza: la sensibilità, la capacità di amare, di godere dei beni della natura, della riconoscenza della vita ricevuta, e così via. Ma c’è anche la consapevolezza che l’esserci è importante per molte persone che ci circondano e si aspettano di condividere con noi anche le loro rispettive ricchezze e, perché no, i momenti di tristezza e di difficoltà.
Molto spesso di fronte a certe situazioni dolorose si finisce con il cadere nella trappola della disperazione che inaridisce la persona sia per sé che per gli altri inducendo la malefica tentazione di tirare i remi in barca e diventare preda della disperazione. Ma non è tutto! Pochi si accorgono che il grande handicap consiste nell’avere perso la libertà, il bene più grande che ci ha fatto Dio e di cui siamo pienamente responsabili. La libertà di “essere” viene disattivata dalla trappola dell’effimera illusione di “apparire”. E aggiungo ancora, apparire non come si è, ma secondo l’immagine clone che gli altri vogliono vedere. Alla fine, si diventa fotocopie!
E qui entra in gioco Sammy Basso, piccolo gigante nella vita che al di là della sua fisicità e di una prospettiva di vita ridotta, che non gli è stata mai nascosta, è diventato un maestro di vita per tanti, sani o malati che siano. A illuminare la sua persona non è solo il suo modo di affrontare la disabilità che non è mai stata oggetto dei suoi messaggi al mondo, ma al contrario è il suo modo di vivere la vita nel “qui e ora” e nella prospettiva di un futuro nella consapevolezza di non averlo nelle sue menai. Come tutti noi del resto.
In natura vi è un albero, unico del suo genere che ho già avuto modo di decantare, la cui estetica lascia a desiderare ma che racchiude in sé tutte la caratteristica di una struttura forte, robusta, feconda. Sto parlando dell’olivo. Tutto storto e deforme per gli occhi disattenti, ma che incanta come tante opera d’arte pezzi unici. Infatti, non c’è un olivo uguale all’altro.
Sammy è proprio questo: un olivo! Resiliente a tutte le intemperie meno che al suo destino a cui non si è mai ribellato, nessuno lo ha mai sentito imprecare verso l’alto per porre la scontata domanda di chi si trova in una qualunque tribolazione: perché proprio a me! Al contrario ho visto maestose querce abbattute con le radici divelte al vento, ma mai un olivo.
Le quattordici lettere lasciate alla propria famiglia negli ultimi momenti della sua vita non hanno nulla di drammatico e seguono tutti la linea del “non piangete per me”. Come dire ho vissuto una vita piena in tutto, anzi gioite anche perché proprio grazie al vostro amore per me e del mio per voi che ho vissuto la vita in pienezza. Non mi avete compatito, sopportato. Anzi, mi avete custodito, supportato e valorizzato anche la mia visione della vita non solo per la famiglia, ma anche per tutti coloro che ho avuto la grazia di avvicinare.
In conclusione, qualche parola che onori il titolo di questo breve scritto: Sammy l’uomo dell’oltre-limite. In una società moderna che tende alla criptofilia (che è inclina a chiudersi ottusamente piuttosto che ad espandersi finendo con il lasciarsi incarcerare da “malefiche ombre”) l’uomo di oggi definisce il suo limite a seconda dei confini della sua fisicità o dalla chiusura nei suoi schemi mentali, oppure lievitando in deliri di onnipotenza.
Sammy non aveva limiti! Non perché aveva attivato uno schema compensatorio dei suoi deficit, ma perché aveva raggiunto un rarissimo e altissimo livello di libertà accettandosi così come era. Libero da ogni legaccio Sammy ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità interiori dando una grande lezione al mondo, soprattutto a coloro che ancora si dibattono in condizionamenti artificiosamente creati da una società edonistica e consumistica.
Grazie Sammy! Non ti abbiano conosciuto, ma il tuo messaggio di amore per la vita e per chi ce l’ha donata è arrivato forte e chiaro, stanne certo, e noi lo custodiamo nel nostro cuore come gioioso e illuminante ricordo.
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