La vicenda triste che ha coinvolto la Chiesa Cattolica fin dagli anni 80 del secolo scorso è la frattura generata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, nata in svizzera nel 1989 per un disconoscimento di tutto quello che fu generato dal Concilio Vaticano II. Molte delle questioni dottrinali suscitate da quello che doveva essere un breve Concilio, e che invece durò per circa tre anni, furono giudicate eresia, marcata da una accusa severa di modernismo che dura ancora oggi.
Papa Leone XIV è il quinto Pontefice a doversi confrontare con questa questione che inequivocabilmente si pone su una posizione scismatica.
Non ho le competenze per disquisire approfonditamente sulle questioni teologiche, spirituali e liturgiche e per esprimere una opinione che possa aggiungere alcunché a quanto espresso da persone molto più dotte di me. Tuttavia, posso esprimere un pensiero in linea con la conoscenza dell’animo umano in mezzo secolo di professione.
Difatti ciò che voglio sottolineare riguarda le conseguenze spirituali, umane, affettive che ha generato questo strappo nei Cattolici e soprattutto sui Santi Padri. Essi hanno dovuto affrontare la questione direttamente mettendo in gioco non solo i criteri di un problem-solving di tipo canonico, teologico e di prassi ecclesiale, bensì il proprio cuore visibilmente alternando dolore e speranze. Il dolore per dei figli che prendono le loro cose, lasciano la loro casa e animati da una autosufficienza molto simile a quella del figliol prodigo e dicono di essere depositari di una verità alternativa a quella millenaria che, pur essendo imperfetta, ha garantito secoli di stabilità, di sano confronto e di crescita in molte direzioni.
La questione del tradizionalismo, a mio avviso, è un modo pretestuoso per rispondere alle istanze narcisistiche dell’Io che vuole prevalere su tutto e tutti e mal sopporta una qualsivoglia autorità. Il fascino della forma sulla sostanza ha sempre catturato intere generazioni che confondono l’essere con l’apparire. Non è la Messa in latino la questione, bensì il significato comunicazionale della Messa in latino.
Infatti, questo aspetto rientra nel quadro di un tipo di relazione tra sacerdoti e fedeli, che più che l’essere un servizio diventa “potere ostentato”, in cui il sapere (antico) diventa esercizio e strumento di una relazione gerarchica che non è sicuramente nella tradizione evangelica.
Alla luce di ciò i Pontefici coinvolti nella questione non possono non avere provato il grande dolore per quella si può a buon a ragione configurare come ”regressione” di una porzione di Chiesa che, come detto sopra, non ha alcuna spiegazione dottrinale, rappresentando invece un testa a testa frutto di una ribellione adolescenziale.
Come è possibile che un padre di fronte al figlio ribelle non soffra prima ancora di tentare qualunque ricomposizione? Il dolore diventa ancora più lancinante quando si accorge che non è il “che cosa” che divide, ma tensioni frutto gelosia, di smania di potere. Come psicologo conosco molto bene questa dinamica che mette in contrapposizione figli ai padri.
Una considerazione urge in questo contesto ed è il riferimento ad uno dei mali di questo tempo che ha toccato sia la società civile occidentale, sia la Chiesa: il dilagare del relativismo. Questo corrosivo è apparso inizialmente e in forma dilagante sotto forma di relativismo etico, per poi toccare anche la solidità del sensus fidelium dei Cattolici inducendoli a sentirsi liberi di fare una cernita tra le verità di fede secondo i criteri della liquidità del pensiero di questo tempo.
Ultimamente il relativismo ha incrociato un altro dei mali di questo tempo: la visione ideologica della vita che ferisce innanzitutto la verità. Infatti, oltre a credere secondo convenienza e inclinazione, induce a considerare vero quello che io penso che lo sia.
Il relativismo ecclesiale unito ad una visione ideologica di Chiesa permette a chiunque di deviare dalla “via, verità e vita”, che è Cristo stesso. Nel momento stesso in cui presento una verità considerata assoluta frutto di un artificio mentale, non manca che creare la struttura che la sostenga, raccogliendo alcune verità storiche unitamente a malesseri e aspirazioni personali, la specificità di una Chiesa a propria immagine e somiglianza.
Nel caso della realtà scismatica della Chiesa Tradizionalista mi sembra di intravvedere molti dei punti di domanda che ho posto più sopra.
Il dato umano che in essa traspare è inequivocabile. Il formalismo, la maniacalità ossessiva degli atti liturgici, il linguaggio non verbale dei paramenti e degli abiti sono i primi elementi su cui cala l’ombra del narcisismo. Soprattutto se, attraverso questo modo di esprimere l’appartenenza al clero, convince i chierici di essere ciò che essi appaiono.
In conclusione, mi sembra che lo scisma, la frattura creata nella Chiesa, il cui pretesto viene presentato come lo scontro di una verità contro una eresia, sia in realtà una messa in discussione di una potestà (il Papa) che sa molto di rivalsa umana frutto di un Io che per sua natura tende a prevalere e non soggiacere.
Se è vero ciò che ho detto, credo che il motivo del dolore del Santo Padre nel non riuscire a ricomporre la controversia, sia proprio nell’avere compreso che la non soluzione viene dalla Io delle persone (la razionalità) e non dal loro cuore, pregiudizialmente oppositivo a qualunque possibilità di incontro.
Per ultimo, ma non di minore importanza, è la percezione del successore di Pietro dello sconcerto e confusione che questa situazione sta producendo tra il Popolo di Dio. Come Padre e Pastore non può non sentirlo sulla propria pelle e nel suo cuore andandosi ad aggiungere alla sofferenza per dei figli che voltano le spalle al grembo che li ha generati.
