SONO IO CHE HO SCELTO VOI!

da | Ago 12, 2026 | BLOG, BLOG ARCHIVIO

SONO IO CHE HO SCELTO VOI!

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Quando nel 1981 ho sentito una forte e inspiegabile attrazione per la Psicologia Prenatale non avrei mai pensato che questo interesse mi avrebbe portato nel 1986 a fondare l’Antropologia Prenatale, una nuova disciplina che si proponeva di gettare uno sguardo olistico nella vita dell’uomo prima della nascita. Armonizzare la conoscenza della sua evoluzione umana durante i nove mesi di gestazione negli aspetti fisiologici unitamente ai prodromi di una psicologia semplice e in divenire. Ho insegnato per anni questa materia di cui ero il promotore in varie università destando sempre un grande interesse.

Uno dei risultati più importanti della mia visione della vita prenatale è stato quello di elevare il “prenato” (termine che ho coniato nel 1987 e che lo identifica in tutta la fase prenatale) per sostituire quello molto più medico e meno identificativo della dimensione umana, di embrione e feto.

Questo modello antropologico-scientifico ha aperto un dibattito etico molto forte e importante in relazione ad una cultura che faceva molta fatica a ravvedere nelle varie fasi evolutive della gestazione la presenza di una vita che pretendeva la sua dignità ed il rispetto.

A distanza di quarant’anni, sollecitato dalla mia maturità e da una visione dell’esistenza più completa, per questo più rispettosa di ogni momento della vita, dall’origine fino alla sua conclusione, desidero con questo mio breve scritto, aggiungere un’ulteriore riflessione.

Poiché la maggior parte dei genitori considera il figlio come una proprietà personale, frutto del loro progetto procreativo, ho sentito il desiderio di offrire una correzione di rotta

Che all’origine della nascita di una nuova creatura ci sia un progetto procreativo non vi sono dubbi. Tuttavia, bisogna coglierne con più finezza i termini, che permettano di fare salva la fecondità, e nello stesso tempo ridimensionare la tentazione all’appropriazione.

Il processo procreativo racchiude un insieme di meccanismi in cui i procreatori hanno una parte sostanziale (l’incontro sessuale e l’intenzione) ed un’altra parte molto più misteriosa di cui non hanno nessuna proprietà e nessun merito, sono le leggi della vita di cui uno solo è proprietario: Il Creatore.

Uno dei meriti dell’Antropologia Prenatale è stato quello di restituire al Prenato un ruolo tutt’altro che gregario, nello scenario che lo vede avviarsi al venire la luce di cui è un “attore principale”.

Se così è, forse può essere interessante collocarsi nella prospettiva esistenziale della vita nascente offerta dall’Antropologia Prenatale ripartendo più equamente quella progettualità di cui sopra nella triade padre, madre e nascituro.

La produzione dei gameti da parte dei progenitori nel loro incontro nell’atto sessuale conclude la loro partecipazione al processo di fecondazione. Quello che accade poi nel microcosmo intrauterino non è più appannaggio delle loro possibilità di gestione.

Ciò vuole dire che nel silenzio (relativo!) di questo meraviglioso ecosistema, i giochi sono in mano pienamente al prenato e a chi lo sta custodendo.

Poiché continuo a rifiutare categoricamente una visione passiva del nascituro a partire anche dal primo momento della gestazione ovvero la fecondazione, devo aggiungere doverosamente ulteriori considerazioni che potrebbero sembrare quanto meno curiose.

Il momento della fecondazione, la biologia umana lo insegna, non è il risultato di una alchimia biochimica, bensì il frutto di un incontro (come insegna l’ecografia real time)  di una inaudita finezza tra due carriers (vettori), ovulo e spermatozoo, capaci di interagire fra di loro in senso cooperativo e sinergico oppure mettendo in essere meccanismi oppositivi. I genetisti concordano oggi su questo modello tanto è vero che lo studio dell’infertilità ha sentito doveroso speculare anche in questo interessantissimo ambito.

Allora non è per nulla peregrino onorare il titolo di questo blog che afferma che la paternità e la maternità raggiungono il loro obiettivo solo se il figlio è partner e interagisce positivamente remando nella stessa direzione.

Anzi addirittura, e questo potrebbe far sorridere, è proprio lui ad avere l’ultima parola. È lui che, avendo in sé tutti gli elementi “valutativi”, decide che il padre e la madre siano all’altezza di poterlo veicolare nel mondo con l’amore che è stato promesso.

Certamente non stiamo parlando di un discernimento basato su elementi razionali (psicologici), ma su quei fattori misteriosi (metabolici, ormonali, umorali, comportamentali) che conducono madre e figlio a vivere una simbiosi serena, coadiuvati dalla custodia amorosa e sollecita della figura paterna.

Mi sono permesso di giocare con questo curioso (ma non troppo) modello interpretativo che, vero non vero, ottiene subito un eccellente risultato: ridimensiona il senso di proprietà dei genitori sulla creatura che hanno contribuito a mettere al mondo e ad accrescere il loro senso di responsabilità.

Inoltre, se le giovani generazioni prendessero contatto per il loro futuro (che secondo le leggi di Dio, è rendere fecondo l’amore che incontreranno), con questa visione della vita nascente, conferirebbero valore aggiunto al valore della vita a trecentosessanta gradi, compreso a loro.

A partire da chi sta venendo al mondo, nessuna creatura umana (compreso il prenato) ha una posizione gregaria all’interno del contesto sociale in cui vive.  È la forza della vita ad invocare la parità di valore indipendentemente dalle risorse, che secondo il livello evolutivo sarà in grado mettere in gioco. La nascita di un bimbo è in grado di cambiare il mondo, sempre ché chi lo accoglie non lo considererà come un esserino inutile, se non fastidioso (e dispendioso).

Certo i criteri economicistici del mondo occidentale la vita ai suoi primordi e quella avviata verso il finale della vecchiaia sono un passivo con cui si deve fare i conti. Non sono produttivi e non possono essere collocati sul mercato essere venduti o acquistati.

In conclusione, ho voluto solo sottolineare che il valore della persona umana è nel suo “essere” nel mondo innanzitutto e non in quello “che fa” o quello “che ha”. Nelle questioni etiche, affettive e spirituali non esiste gerarchia, agli occhi del Creatore siamo tutti uguali.