“TEMPUS FUGIT”. LA PREZIOSITA’ DELLA TERZA ETA’

da | Giu 18, 2026 | BLOG, BLOG ARCHIVIO

“TEMPUS FUGIT”. LA PREZIOSITA’ DELLA TERZA ETA’

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Per iniziare propongo, quale punto di partenza, una citazione della Sacra Scrittura in cui si fa cenno alla vita dell’uomo e si legge così: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Sal 89,10).

Prendiamo per buono che ancora oggi queste siano le condizioni per definire questo limite esistenziale dando quindi per scontato che la terza età abbia il suo inizio intorno ai settant’anni.

Gettando uno sguardo realistico sul come la maggior parte delle persone che ruotano intorno a questa fascia di età affrontano questa novità di vita, possiamo rilevare che il comune cambiamento di stato induce naturali reazioni che non sempre orientano verso una vita serena, anzi talvolta è esattamente il contrario.

I primo di questi cambiamenti riguarda il lavoro. Se il tempo della pensione è agognata per diversi anni, quando sopraggiunge genera una sorta di naturale spaesamento che richiede un tempo congruo di accomodamento. Il tempo della libertà è un tempo che ha bisogno non solo di ritmi di vita diversi, ma anche la ridefinizione del senso della propria esistenza. L’attività lavorativa è un costituente fondamentale della salute psicofisica dell’uomo, essa dà una ragione di vita. E’ evidente, per esempio, quanto sia destrutturante perdere il lavoro ad una età in cui si è ancora abili. Molte forme depressive appaiono proprio in questo frangente. Questo fenomeno è apparso in maniera macroscopica, in questi ultimi anni, nel bacino di quei lavoratori che sono stati definiti “esodati”, ovvero che sono stati licenziati senza avere maturato l’anzianità della pensione e non sono più appetibili sul mercato della forza lavoro.

Spaesamento, tristezza, depressione, disistima sono sentimenti che piegherebbero chiunque a meno che non subentri una rilettura della propria esistenza, e subentri la forza di ripensarsi e riposizionarsi trovando un nuovo baricentro, magari impensabile fino a quel momento.

Un altro punto di squilibrio riguarda la prestanza fisica con i suoi limiti, dovuti all’età o a qualche acciacco fisico. Pretendere una eterna giovinezza conduce inevitabilmente a confrontarsi con la mortificazione e la delusione. In più quella che noi abbiamo benevolmente chiamata “terza età” si ripropone con l’immagine spettrale di “vecchiaia”. La vecchiaia è la versione depressiva del tempo che passa inesorabilmente accentuando in senso dispregiativo una realtà incontestabile della vita umana e della natura: le creature possono solo invecchiare (non è dato il contrario, se non nelle fantasie di qualche scrittore) e questo avviene fin dalla nascita. Tutti noi lo sappiamo tuttavia il distinguo sta nella distanza che ci separa dalla proiezione statistica della prospettiva di vita.

Un’altra reazione, che è esattamente il contrario della posizione depressiva generata dalla non accettazione   del tempo che passa, è quella euforica della negazione totale: del tempo che passa , dei limiti, del sacrificio e perfino del valore degli affetti. In una forsennata fuga compensatoria in cui impera il carattere rivendicativo con la storia propria e di coloro i quali sono stati vicini. Ad una vita che aveva un senso, compresi i sacrifici e le sofferenze, si sostituisce una scellerata ricerca di quanto si è perduto lasciandosi andare ad una adolescenziale ricerca del piacere. La vita assume un percorso liquido, senza certezze e senza una rotta precisa se non quella dell’ “attimo fuggente”.

Un ultimo sguardo sul presente riguarda la salute fisica ragionevolmente compromessa dall’età. È certamente difficile accettare che non sono i limiti dell’età ma è l’insorgenza di qualche patologia senile a comprometterne il decorso sereno.

A questo punto viene spontaneo chiederci: che fare? Come realizzare quel riposizionamento auspicato che conferisca a questa nuova fase della vita la certezza che i fattori che abbiamo enunciati non siano gli unici a conferire significato alla vita, ma che ve ne siamo altri, magari totalmente nuovi e inaspettati, forse più adeguati alla fase storica capaci di ridare significato e freschezza a quel tempo che rimane da vivere (la nonnità è uno di questi).

C’è una immagine che mi piace presentare a chi è ricorso al mio sostegno psicologico e che si trova di fronte a una fase di stanca e di non senso, oppure che si trova dover affrontare nuove sfide della vita per le quali si sente senza forza o motivazione. L’immagine è quello dello scalatore che si inerpica verso la cima della montagna affrontando il percorso con lo sguardo fisso verso la cima. Così facendo la fa apparire sempre lontana inducendo la sensazione che non ci siano le forze necessarie per raggiungere la meta. Io suggerisco sempre che la strategia migliore è fermarsi ogni tanto per volgere lo sguardo verso il basso per contemplare e godere del tragitto compiuto.

Credo che questo esempio sia adeguato anche al nostro discorso. Arrivati nella terza età diventa saggio e rigenerante gettare uno sguardo all’indietro, non per recriminare ma per prendere consapevolezza di quanto sia stata feconda la vita e quanto lo potrà ancora essere, forse in maniera diversa, ma non meno preziosa. Ovviamente dobbiamo chiarire quali siano i criteri del valore quando si ha settanta o ottant’anni. Non possono essere certo quelli che ci hanno identificato ai nostri occhi e a quelli degli altri. Sono una novità per tutti anche se in qualche modo da essi discendono. Ad esempio, intelligenza, cultura, sensibilità ma soprattutto esperienza di vita. Un back-up irripetibile ed originale che distingue ogni persona dall’altra.

Chi è aggrappato forsennatamente alla ricerca di performance non più attuali non aiuta nessuno, alimenta solo il proprio narcisismo illudendo se stesso e gli altri indicando strade non buone.  Oggi c’è un forsennato bisogno di persone sagge che sappiano rappresentare un punto di riferimento per le nuove generazioni. Coloro i quali si trovano in questa fascia di età possono essere proprio quei punti di riferimento se, invece di farsi ghermire dalla “Sindrome di Peter Pan” si fanno mentori e guide affidabili. Tuttavia, potranno esserlo solo se raggiungeranno la maturità attraverso la presa di coscienza che il tempo non è infinito e proprio per questo prezioso. La loro vera eredità non è nella narrazione di ciò che hanno fatto, ma nella testimonianza di ciò che essi sono nel “qui e ora”.

Non posso esimermi in conclusione di fare un cenno alla dimensione spirituale. Nonostante una vita di fede sono tantissimi coloro, i quali avviandosi vero la parte alta dell’esistenza perdono il senso escatologico del destino dell’uomo. Gli ultimi anni, avvicinandoci a questa tappa finale, dovrebbero rappresentare un tempo prezioso di preparazione, da sapere ben impegnare, senza mestizia ma con la gioia della consapevolezza che la vita rimanente, che è sempre nelle mani di Dio e per la quale si deve esprimere riconoscenza, vale sempre di essere ben vissuta.