• Mar. Ott 20th, 2020

Luparia Marco Ermes

Giovanni Paolo Magno, questo è l’appellativo con il quale si tende ora ad identificare la grandezza di questo Papa ad imperitura memoria nella storia della Chiesa. Già altri papi hanno ricevuto questo grande riconoscimento, eppure, gettando uno sguardo retrospettivo sulla scena di questo pontificato, sussistono elementi che, in modo del tutto giustificato, ci dicono che l’appellativo di “Grande” potrebbe essere  riduttivo. Non tanto per la risultanza comparativa di un pontefice con un  altro (ognuno ha avuto la sua grandezza già solo per avere assunto la Vicaria di Cristo), ma perché ciò che  sta accadendo sotto i nostri occhi è qualcosa di veramente unico, speciale, mai visto. Alla fine di questo pontificato la “messe”, subdorata, o solo intuita, è certamente di proporzioni impensabili. Papa Giovanni Paolo II si solleva, per così dire dallo stretto ambito cattolico, e si  rivela guida spirituale dell’intera umanità! Nessuna figura umana oltre che nessun Papa, ha mai potuto ricevere un  riconoscimento planetario, per acclamazione, di tale misura. Altri uomini grandi della storia recente hanno rappresentato un punto di luce inserite nel grande buio di epoche più o meno lunghe della storia recente. Ma per Papa Woityla vi è stato altro.

L’essere guida spirituale di un pellegrinaggio, tribolato sotto tanti punti vista, di intere nazioni e popoli anche di altre religioni, va ben oltre il merito di una acuzie politica che alla fine è capace solo di entrare nelle maglie dell’ideologia. Egli è riuscito a penetrare nel cuore degli uomini, è riuscito a conquistarlo, si è imposto all’attenzione dei potenti e l’ha ottenuta. Tutti hanno dovuto ascoltare le sue parole, parole severe, ma pur sempre parole di pace, di giustizia e di richiamo alla carità..

Le tre grandi religioni monoteistiche e tutte le altre religioni si sono raccolte in questi giorni attorno a questo “grande uomo di Dio”, e faccio fatica a pensare che si tratti solo di un attimo fuggente legato all’emozione, alla curiosità o alla “cortesia diplomatica”. Le parole sincere dei responsabili spirituali del mondo ebraico, mussulmano, dei nostri fratelli cristiani sono parole sincere, autentiche, vengono dal più profondo del cuore. Papa Giovanni Paolo II si è innalzato sopra l’intera umanità e si è reso visibile a tutti, e nel suo “essere” Papa, ha attirato l’amore  di miliardi di persone, amici e “presunti” nemici. Ma dove sono i nemici oggi? Chi può avere  nemici  nel nome del Papa  santo? Come si farà nel futuro a battagliare, ad uccidere, a  sfruttare ad essere indifferenti al grido di terrore o di disperazione di popoli interi?  Come si farà a glissare il suo sguardo silenzioso e sofferente, più che il dito alzato e veemente,  capace di penetrare l’anima con la  sottigliezza di un  laser?

Comunque ciò che sta accadendo oggi, è ben poca cosa rispetto a quello che accadrà in futuro. Ogni contesa politica e religiosa, che ha visto schieramenti rigidi, ed apparentemente immutabili,  dovrà vedersela con il moderno Patriarca, che tutti riconoscono, e con il suo insegnamento: pace, giustizia e solidarietà fra i popoli.

Patriarca è una parola grossa,  ma è il termine che più si addice alla sua figura e per svariati motivi. Il primo in assoluto sta nel fatto che la sua fine terrena coincide con una nuova era planetaria; il secondo è che come gli antichi patriarchi raccoglie attorno a se  tutti i “credenti” ed in lui tutti riconoscono nella modernità le loro uniche radici e l’unico Referente; terzo  punto sta nel fatto che la sua paternità non è solo storica e persa nel tempo e nelle Scritture, ma è attuale e proiettata nel futuro. Il suo essere Padre e fratello, guida e servo, sacerdote ed agnello immolato per tutti, abbatte i relativismi religiosi delle varie appartenenze le o costituisce quale speciale elemento unificatore.

Nessuno è mai riuscito a tanto, per questo Papa Woityla è veramente Patriarca del mondo, ed in virtù di ciò tutti se ne possono appropriare, ( o condividerne la grandezza) senza che nasca la benché minima gelosia. I cristiani cattolici lungi dal sentirsi defraudati della proprietà di un uomo grande, forse il più grande rispetto alla storia remota e recente, devono sentirsi onorati e considerare “l’esserci” dei fratelli di altre religioni, come valore aggiunto. E’ come dire: “ gustate anche voi tutti il buon sapore eucaristico del Santo Padre (non del nostro Papa!), mangiatene tutti è pane buono e come il Primo Pane Eucaristico rinnova la promessa, in modo nuovissimo, il mandato evangelico: fate questo in memoria di me”.

Si, Giovanni Paolo II è stato veramente Eucarestia! Si è fatto pane per tutti e non lo ha lesinato. Si è fatto mangiare in centinaia di viaggi, da milioni di persone, dai potenti e dai diseredati, dai tiranni e  dai miseri, dai ricchi e dai poveri, credendo fermamente che il farsi Eucarestia avrebbe permesso a Cristo, volente o nolente, di entrare nel cuore di tutti.

Celebrare l’Eucarestia, offrire l’Eucarestia, essere Eucaristia. E’ un crescendo che si inserisce in un percorso ascetico di cui il Santo Padre  è stato solo il precursore. Il domani di coloro che si vogliono fare annunciatori dovrà rispettare questo crescendo spirituale.

A questo proposito, e con grande emozione, ricordo la celebrazione del 14 Dicembre dello scorso anno, in cui il Signore mi fece il grande dono, di assisterlo  all’altare come Diacono concelebrante, nella Messa degli universitari romani. A me toccò il compito di portare il Pane Eucaristico al Santo Padre che si trovava leggermente defilato per ovvie ragioni di malattia (il celebrante era Sua Eminenza il Cardinal Vicario Camillo Ruini).

Il Cerimoniere addetto a noi due Diaconi ci aveva preavvertito che avremmo avuto modo di partecipare alle sofferenze del Santo Padre. A me toccò porgere il Pane rimanendo davanti a lui per tutto il tempo in cui con dolore indicibile per la difficile deglutizione prese dentro di sè Gesù Eucaristia. Ci fissammo per tutto il tempo, i miei occhi persi nei suoi piccoli come due spilli eppure grandi quanto un oceano per la grande  tenerezza. Minuti sconvolgenti in cui le lacrime mi fluivano senza poterle frenare, faticando non poco a trattenere i singhiozzi. Poi ho sentito come un grande caldo entrarmi dentro, come un qualcosa di impalpabile che si “allocava” dentro la mia anima. Non posso aggiungere altro che non mi ponga dinnanzi alla pena di avere violato  l’intimità di questa esperienza. Aggiungo solo, che considero  il 14 Dicembre del 2004 una data di nascita, anzi di rinascita spirituale che mi accompagnerà per tutti il resto dei miei anni,.

 

Siamo tutti concordi nell’affermare che dopo l’attentato,  è cambiata radicalmente  l’azione pastorale del Santo Padre. D’altronde è stato lui stesso a rivelarlo. La sofferenza e la croce trasformano tutti dai piccoli ai grandi. Le sue labbra si sono aperte dando voce forte allo Spirito di Dio che se ne è divinamente appropriato.

Ma oggi alla fine del suo percorso terreno, il cui eco continuerà a sentirsi ancora per molto, sembra essersi   ripetuta l’antica  teofania di cui Cristo solo fino ad oggi era stato il depositario. Il riferimento è al Battesimo di Gesù quando il Padre apparve nel cielo e disse: “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Così è stato per Figlio, e così è stato per il Suo Vicario, nel quale Egli stesso ha preso dimora e per suo mezzo ha parlato all’intera umanità

Si dice, ed è vero, che la pagine scritte o trascritte di papa Woityla, siano dell’ordine di decine di migliaia. Ma a queste manca l’ultimo volume, forse quello in cui sono contenute le sue Omelie più belle, quelle degli ultimi giorni della sua vita, le Omelie fatte di sguardi, gesti benedicenti e  sofferti silenzi.

Il silenzio per sua natura lascia sempre spazio a libere interpretazioni. In questo caso, ecco il miracolo, tutto il mondo vi ha conferito un unico significato: “Io vi amo tutti, senza distinzione alcuna”.

E poi l’ultima Omelia, fatta dall’assoluta immobilità delle sue spoglie mortali. Una Omelia silente eppure ascoltata dai centinaia di milioni di persone vicine e lontane..

Colui che con un alito affaticato ha piegato le querce ed urlato che “Cristo è via, verità e vita”, ha richiamato interminabili pellegrinaggi di migliaia di persone che volevano sentirlo ancora  “parlare”; sentire le sue parole di amore, di speranza, e di pace.

A questo canto ultimo, mi associo anche io, con amore e con filiale venerazione.

 

 



[1] M. E. luparia,  Tu es Petrus, Viator, 2005

Diac. Ermes Luparia

Marco Ermes Luparia, è nato a Roma il 27 Agosto 1950. Sposato con Leda Diodovich dal 1974, è padre di due figli (Cristiano e Damiano). Ordinato Diacono Permanente nella Diocesi di Roma nel 1995. Laureato in psicologia Clinica presso l’Università la Sapienza di Roma nel 1977 e successivamente specializzato in Psicoterapia Analitica nel 1981, in Psicoterapia Didattica nel 1983; formato in Medicina Psicosomatica nel 1981 ed in Bioetica presso l’UCSC di Roma nel 1993. Laureato in Scienze Religiose presso ISSR della Pontificia Università Lateranense nel 1993. Ha insegnato Antropologia Prenatale e Psicologia Clinica presso l’ISOE dell’Università di Urbino. Attualmente insegna Psicologia Vocazionale presso il Master per la Formazione di Psicoterapeuti Vocazionali del ISSR della Pontificia Università Lateranense (in collaborazione con l’Apostolato Accademico Salvatoriano). Presidente e Fondatore dell’Apostolato Accademico Salvatoriano (Ass. Pubblica di fedeli). Presidente-Fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC). Ha pubblicato numerosi lavori nell’ambito della Psicologia Clinica, Psicologia Prenatale e Psicologia Vocazionale, Psicologia e Spiritualità della Famiglia.