Il tema di questo blog mi è stato suscitato da un amico e attento lettore dei miei articoli, il quale dopo avere preso atto della drammatica situazione del mondo, soprattutto come me provocato dello scempio che si fa della verità e della giustizia, mi ha posto la domanda da credente: “cosa dobbiamo fare come cristiani?”.
Rispondere a questa domanda è importantissimo perché significa dare concretezza alla speranza di quella pace invocata da più parti. Ma perché le cose cambino, ci si deve convincere una volta per tutte che non ci sarà mai pace senza giustizia.
Mi è sembrato, allora, che l’icona biblica della vicenda di Natan e Davide (Sam 12,1-7) si presti bene a rappresentare una scena che è ancora ben valida oggi, dove gli attori sono gli stessi, in contesti diversi, ma ugualmente significativi: un potente, un profeta coraggioso. Davide dopo avere mandato a morire in battaglia Uria suo fedele guerriero, seduce e si impossessa della moglie Betsabea consumando un peccato grave davanti a Dio e agli uomini.
Davide ben si presta a rappresentare il potente di ogni tempo, padrone della storia e del suo popolo, capace di tutto e del suo contrario, fino a sfidare le leggi di quel Dio che lo ha posto sul trono quale re.
La sua non è una sfida che riguarda solo le leggi morali, è un vero e proprio atto di ribellione. La sua unica preoccupazione, pregna di malizia, è di fare in modo che il suo gesto possa essere in qualche modo giustificato per uscirne pulito, anche davanti alla propria coscienza.
A mio parere questo meccanismo di camuffamento è più che mai visibile nei tempi odierni. La maggior parte dei potenti di oggi utilizza questa strategia finalizzata ad uscire immune moralmente dagli scempi che essi stessi generano o di cui sono complici. In particolare, la ricerca del nemico per giustificare le loro peggiori efferatezze attribuendogli le proprie colpe e responsabilità. Così ha fatto Davide!
Prendo ora a modello Natan per descrivere la situazione di un qualunque cristiano di oggi. Cosa fa Natan? Si chiude in un angolo impaurito? Si sottomette alla menzogna del suo re diventandone complice? Medita di ucciderlo per vendicare Uria e la moglie? Nessuna di queste cose. Natan reagisce in modo mite e pacato in forza di una verità indiscutibile a cui non rinuncia, inchiodando Davide alle sue responsabilità. La sua non è stata una profezia in senso stretto, ma lo è stata sicuramente per Davide inducendolo alla penitenza e alla conversione.
Natan sapeva bene che stava rischiando la vita, ma non ha esitato affidando al Dio della verità e della giustizia la sua difesa. Di fronte a questa santa severità neanche un potente come Davide avrebbe potuto osare replicare il suo crimine.
Oggi non si tratta di un singolo omicidio per interessi personali, bensì di sciagure riversate su persone, popoli, nazioni, etnie. Addirittura, il genocidio è di nuovo l’arma di chi ancora è affascinato dalla soluzione “finale” (di nefasta memoria), quella che si illude di chiudere in breve tempo i giochi perversi della lotta di potere.
Nei miei precedenti blog ho ribadito più volte che non può esserci pace senza giustizia. Infatti, oggi, la pace mortalmente compromessa, si origina da una miriade di situazione di palese ingiustizia nel mondo, più o meno maldestramente camuffate.
Esse vengono amplificate dalle reazioni di chi oggi, pur consapevole di questo cinico gioco, per paura si ritrae. Si nasconde intimorito dai potenti, soggiace alla loro logica cercando a sua volta di dare una spiegazione credibile ai fatti e alla propria pusillanimità. O, peggio che mai, stabilisce malefiche alleanze di comodo.
A questo punto la figura di Natan diventa illuminante ed emblematica anche per il cristiano di oggi, confuso e sbattuto tra ideologie contrapposte ma ugualmente non risolutive. Implicato suo malgrado nella logica del profitto e dello schieramento, nella migliore delle ipotesi diventa esso stesso produttore e prodotto da consumare. Allora che fare?
Natan indica ai cristiani di oggi una strada che è coerente con le indicazioni evangeliche e aggiunge una parte che purtroppo oggi manca: il coraggio della parresia (diritto-dovere di dire la verità)! Natan è mite, ma non è muto! Rinuncia alla diplomazia e affronta l’onere di dichiarare la verità costi quel che costi presentandola pacatamente a “quell’uomo” che in quel preciso momento aveva su di lui diritto di vita e di morte.
Nel momento storico attuale l’invito alla preghiera per la pace a cui tutti siamo chiamati rientra con certezza in quella ascetica che non deve mai mancare all’uomo di fede. Il confidare nell’aiuto di Dio è parte integrante della vita di un credente che sa che nella sua finitezza non può risolvere certe situazioni. La dinamica tra Dio e le aspettative dell’uomo prevede che all’ascetica segua anche la mistica di Dio il cui intervento non è sempre per risolvere i problemi generati di questa umanità scellerata, ma anche per ispirare i singoli (o comunità) ad essere sua voce e suo braccio. Questi singoli siamo noi cristiani, ma ancor più noi diaconi, presbiteri e vescovi. Non c’è ministero ordinato credibile, senza una voce profetica che penetri le vicende della storia.
Pregare è una parte del coinvolgimento del cristiano, anzi è l’incipit di ogni altra iniziativa. Dopo di che ci si deve preparare a “sporcarsi le mani” affrontando con coraggio le conseguenze, compresa una potenziale martyria, per avere proclamato e difeso la verità e smascherato la menzogna. Tutto in piena mitezza e coraggio con la stessa forza degli Apostoli dopo la Pentecoste. Probabilmente l’insicurezza di trovarci in una sorta di pre-Pentecoste ancora prevale nei nostri cuori facendoci aggrappare ai criteri umani di forza e di sicurezza (“Confidate in Dio non confidate nei potenti” Pv 3,5; Is 12.2).
Per concludere ancora una volta sottolineo che la nostra preghiera dovrebbe essere “orante e operante”, coraggiosa e disarmante (come dice Papa Leone XIV) per la chiarezza del messaggio a difesa della giustizia che richiede voce a azione. Senza di ciò si rischia addirittura di entrare in un clima di sfiducia per un presunto silenzio di Dio.
La Giustizia, frutto delle azioni umane frutto della convergenza di tanti uomini onesti e di buona volontà, è alla portata anche di questa umanità nonostante tutto, se però si è pronti a difendere la verità senza equilibrismi di sorta. Quando la giustizia si impone tra i popoli la pace viene da sé, poiché l’uomo che sente rispettata la sua dignità sarà molto più incline ad abdicare alla prepotenza propria e altrui, convincendosi definitivamente dell’inutilità delle armi.
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